Quando la burocrazia si divora il tempo pieno
Le aule scodellamento bloccano la refezione a Napoli, e a pagarne le conseguenze sono le famiglie
Immaginate la scena, surreale ma drammaticamente quotidiana, che si ripete davanti ai cancelli di molte scuole napoletane: a metà giornata, una folla di genitori attende i propri figli che escono da scuola prima di pranzo. I bambini della scuola primaria e dell’infanzia statale tornano a casa digiuni, semplicemente perché il loro diritto al tempo pieno, pilastro della scuola pubblica e del welfare per le famiglie che lavorano, come al solito traballa sotto i colpi di un cortocircuito di timbri e circolari. Ma da cosa dipende, quest’anno, questo misterioso ritardo? Si vocifera che tutto nasca da un termine tecnico che rischia di diventare trend topic a breve: l’aula “scodellamento“. Ad aprile, infatti, l’azienda sanitaria locale ha emanato una direttiva che obbliga ogni singola scuola a dotarsi di un locale apposito – rigorosamente provvisto di piastrelle lavabili, punti acqua e specifici flussi d’aria – destinato esclusivamente a ricevere e distribuire il cibo.
Una pensata meravigliosa sulla carta, che però si scontra con il piccolo dettaglio della realtà. Moltissimi plessi scolastici di Napoli sono storici o talmente saturi che per ricavare una stanza in più bisognerebbe probabilmente abbattere un pilastro portante o far sparire una classe. Ed è qui che la macchina amministrativa si sarebbe inceppata, dando il via a quelle pastoie burocratiche che starebbero allontanando l’attuazione del tempo pieno. Il Comune di Napoli, proprietario delle mura, non avrebbe i fondi necessari per ristrutturare ed adeguare centinaia di scuole dall’oggi al domani. I dirigenti scolastici, di conseguenza, si troverebbero nel mezzo, bloccati dal dovere di rispettare le rigide prescrizioni sanitarie da un lato e dal compito di rispondere alle legittime preghiere delle famiglie dall’altro.
A rendere questa voragine ancora più profonda subentrerebbe poi il fattore economico. Per superare l’ostacolo delle aule scodellamento, qualcuno potrebbe ingenuamente ipotizzare la scorciatoia delle monoporzioni termosigillate, quelle vaschette singole che arrivano già pronte e non richiederebbero locali di sporzionamento dedicati. Si tratterebbe però di una scelta antiecologica: non solo produrrebbe tonnellate di rifiuti in plastica al giorno, ma andrebbe a scontrarsi frontalmente con una direttiva dello stesso Comune di Napoli, che da oltre dieci anni ha bandito le vaschette imponendo lo scodellamento proprio per tutelare l’ambiente. Una retromarcia che, soprattutto, andrebbe a sbattere contro l’aspetto economico dei contratti in essere. Le ditte di refezione stanno infatti lavorando sulla base di un capitolato tarato sul trasporto dei grandi contenitori multi-razione. Cambiare le linee di produzione richiederebbe costi diversi e una complessa trattativa, frenata dai vincoli sacri e inviolabili del Codice degli Appalti. Così, nel dubbio che qualcuno possa violare un comma o una linea guida, a pagare il prezzo di questa surreale immobilità sono le famiglie, ferme davanti a cancelli che continuano a svuotarsi decisamente troppo presto.
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