Il Festival di Sanremo che inizierà il 24 febbraio è il primo Festival pienamente immerso nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Non è una provocazione tecnologica: è un dato culturale. E forse anche un dato industriale. La pubblicazione dei testi delle canzoni in gara da parte di Tv Sorrisi e Canzoni ha aperto uno scenario che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato marginale e oggi invece è centrale. In poche ore quei testi sono diventati materia prima per esperimenti generativi. Sono stati inseriti in modelli come Suno e trasformati in demo alternative, arrangiamenti paralleli, versioni remixate prima ancora che le versioni ufficiali arrivassero al grande pubblico. Non si è trattato solo di curiosità nerd. È nato un vero e proprio “Festival parallelo” generato con l’AI, con traduzioni integrali in napoletano e riletture in chiave neomelodica. Un progetto che vive apertamente su Instagram, sulla pagina Napoli Festival AI), dove i brani vengono pubblicati in formato reel, rielaborati e reinterpretati algoritmicamente.
E qui accade qualcosa di ancora più interessante. Uno dei brani AI proposti in versione neomelodica, ispirato a un pezzo di Sal Da Vinci, ha ricevuto il “mi piace” dello stesso autore. Un gesto semplice, ma simbolicamente potentissimo. Non indignazione, non diffida, non distanza. Un like. Come a dire: l’AI non è un nemico, è ormai parte del gioco. E allora la domanda diventa inevitabile: quanti degli autori in gara quest’anno possono affermare, con assoluta certezza, di non aver utilizzato neppure marginalmente un supporto di intelligenza artificiale nella fase di scrittura, revisione, arrangiamento o testing? Quanti produttori, davanti alla possibilità di simulare armonizzazioni, verificare metrica, esplorare variazioni melodiche in pochi secondi, hanno davvero scelto di non farlo?
Tutti negano. Nessuno ammette. Ma in un mercato dove una sfumatura può fare la differenza tra classifica e anonimato, sarebbe quasi irresponsabile non sfruttare strumenti che oggi fanno parte della dotazione standard di qualsiasi creativo digitale. Non è più questione di sostituire l’autore, ma di ottimizzare il processo. E chi lavora nell’industria musicale sa che l’ottimizzazione è tutto. Il punto critico, però, non è solo produttivo. È culturale. Se un testo pubblicato ufficialmente viene rielaborato da un algoritmo e trasformato in una versione credibile in un’altra lingua, in un altro stile, in un altro contesto musicale, cosa resta dell’unicità dell’opera? È un adattamento? Una parodia? Una violazione? O è semplicemente l’evoluzione naturale di un’epoca in cui la creatività è diventata collaborativa tra uomo e macchina?
Sul piano normativo, la questione è ancora fragile. I testi restano tutelati dal diritto d’autore. Le rielaborazioni generate con AI che riprendono elementi sostanziali possono configurarsi come opere derivate. La distribuzione pubblica o commerciale senza autorizzazione espone a responsabilità giuridiche. L’Europa sta lavorando a regolamenti sull’AI, ma sul terreno della musica generativa il confine è ancora sfumato, soprattutto quando si parla di esperimenti non monetizzati o di contenuti diffusi sui social. Nel frattempo strumenti come Suno hanno reso la generazione musicale accessibile a chiunque. Con abbonamenti professionali che partono da poche decine di dollari al mese e salgono per utilizzi avanzati o integrazioni API, l’accesso alla composizione algoritmica non è più un privilegio da laboratorio. È una funzione premium a portata di carta di credito. Il vero nodo non è il costo tecnico, ma la gestione dei diritti e la legittimità dell’uso dei materiali di partenza.
Sanremo 2026 rischia così di passare alla storia non solo per le canzoni, ma per il non detto che le circonda. È il primo Festival in cui l’Intelligenza Artificiale non è un tema da convegno, ma uno strumento operativo. È plausibile che sia già entrata nei processi creativi, anche se nessuno lo dichiara. E intanto fuori dall’Ariston nasce un ecosistema parallelo, spontaneo, algoritmico, che reinventa le stesse canzoni prima ancora che il televoto si accenda. La vera provocazione non è chiedersi se l’AI rovinerà la musica. La vera domanda è un’altra: siamo pronti ad accettare che il concetto stesso di “autore” stia cambiando? Che la firma su un brano possa nascondere un dialogo silenzioso tra sensibilità umana e suggerimento algoritmico? Forse il dibattito non esploderà quest’anno. Forse tutto verrà normalizzato. Ma se un artista mette il suo “mi piace” a una versione AI del proprio brano, significa che il confine si è già spostato. E forse il vero Festival non è solo quello che vedremo in televisione, ma quello che si sta scrivendo, in codice, dietro le quinte.
