I mostri del cinema
Le lacrime per Naza e le ore dedicate a Fauda: a Venezia cala il sipario sulla recita, nel mondo arabo sono già all’episodio successivo della serie israeliana
Alla Mostra del Cinema di Venezia, NAZA, il documentario su Gaza di due cineasti israeliani – dei Ranucci che ce l’hanno fatta – è stato accolto con venticinque minuti di applausi: gazzette e social ancora lacrimano per l’emozione. Negli stessi giorni Netflix ha messo online la quinta stagione di Fauda, la serie scritta da due ex delle unità speciali israeliane, con gli episodi girati dopo il 7 ottobre. Due prodotti israeliani per lo stesso conflitto.
Prima delle opinioni i numeri. NAZA uscirà nelle sale per tre giorni, dal 28 al 30 settembre. Fauda a quarantotto ore dall’uscita è prima in classifica in Libano ed entra nella top ten di 43 paesi, il doppio dei 21 toccati dalla stagione precedente al debutto. Le prime quattro stagioni hanno accumulato quasi trecento milioni di ore di visione in due anni, e ogni stagione ha allargato il pubblico della precedente. Venticinque minuti contro trecento milioni di ore. Ecco la proporzione.
Quindi su con la vita, amici di Israele e della verità. Non affliggetevi per gli applausi del Lido. A Venezia è andata in scena una pièce di provincia, con una comunità che si autocelebra, compiaciuta della sua sensibilità, animata dal bisogno infantile di riconoscersi tra simili. Un rito che non sposta un solo spettatore, una sola idea, un solo voto.
Nel frattempo, lontano dai red carpet, va in onda qualcosa di più profondo. Il racconto vero del doloroso conflitto arriva dove deve arrivare. Fauda entra ogni sera nei salotti di Beirut, di Amman, di Doha – in casa del pubblico che dovrebbe odiare Israele – e ci resta da dieci anni. Chi guarda cinque stagioni potrà anche non cambiare idea sui responsabili della guerra. Ma intanto ha passato decine di ore con agenti israeliani e militanti palestinesi che amano, sbagliano, piangono i propri morti, da entrambe le parti. E se il nemico dubita e soffre non è più un’astrazione da odiare in blocco.
Questa familiarità – il considerare l’altro una persona – è una merce che la propaganda non sa fabbricare. Gli slogan costruiscono odio con un applauso. Conoscere l’altro richiede dieci anni, una sera alla volta. Come l’informazione giusta, che non è quella che si premia da sola ma quella che si sceglie. Così, mentre al Lido cala il sipario sulla recita, nel mondo arabo qualcuno preme play sull’episodio successivo.
© Riproduzione riservata






