Sulle stragi di Capaci e di via D'Amelio, i giudici hanno preferito fare a meno di lui
Le nuove accuse al defunto Berlusconi arrivano dal “consulente della procura” Giovanni Brusca, l’uomo ascoltato come un oracolo dai pm
Mercoledì Giovanni Brusca ha raccontato al Tribunale di Firenze che le stragi del 1992-93 andavano usate «come strumento politico, come se fossero suggerite dalla sinistra», per agevolare l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi, e che Vittorio Mangano avrebbe riferito un ringraziamento «tramite Dell’Utri o altri canali». Lo aveva citato il pubblico ministero, come imputato di reato connesso, nel processo a Salvatore Baiardo, il gelataio di Omegna imputato di calunnia ai danni di Massimo Giletti. Ha esordito dicendo di non aver mai conosciuto l’imputato. Poi ha parlato per ore. Le cronache lo chiamano «pentito». Pentito non è: è un imputato di reato connesso che ha scelto di dichiarare, e la differenza, come si vedrà, non è di lessico.
Per capire la scena serve una data. Il 15 gennaio 2026 il gip di Firenze ha archiviato l’indagine sui presunti mandanti occulti delle stragi del 1993 nei confronti di Marcello Dell’Utri e di Silvio Berlusconi, morto nel 2023: «Mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi». Era la sesta archiviazione dal 1996. Pochi mesi dopo, la tesi archiviata è rientrata dalla finestra. Sul dichiarante, poi, non serve inventare nulla: basta leggere. Nel processo Dell’Utri il Tribunale di Palermo trovò nelle sue dichiarazioni una «fortissima ambiguità» e concluse che «non aveva voluto fornire uno spontaneo e leale contributo all’accertamento della verità». Il gup che assolse Calogero Mannino annotò la sua abitudine di arricchire i ricordi con «fatti appresi dai processi e dai mezzi di informazione». Nel 2001 fu un pubblico ministero di Firenze, Gabriele Chelazzi, a richiamarlo: non faccia «il consulente della procura».
Ma sono le sentenze sulle stragi del 1992, entrambe della Corte d’assise di Caltanissetta presieduta da Antonio Balsamo, a dire di più. Nel Capaci bis, le sue dichiarazioni risultano «viziate da un severo difetto di attendibilità». E sulla credibilità personale la Corte è testuale: nella prima fase della collaborazione Brusca «ordì un piano finalizzato a delegittimare il presidente della Camera, on. Luciano Violante», rese «dichiarazioni reticenti» sui responsabili di Capaci e, d’accordo con il fratello, lo «calunniò» per un duplice omicidio «allo scopo di scagionare il vero responsabile». Conclusione: «Del tutto opportuno prescindere dal contributo da lui offerto». Nel Borsellino quater il giudizio si ripete: «Vistose carenze e oscillazioni mnemoniche», dichiarazioni «estremamente incerte e mutevoli», inutilizzabili come riscontro «sia in positivo sia in negativo». Tradotto: sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio, i giudici hanno preferito fare a meno di lui.
Il discorso non riguarda più chi dichiara, ma chi interroga. Il magistrato inquirente bravo è quello che cerca la verità e non la conferma; quello che non lascia mai capire a chi dichiara, tanto meno a un imputato di reato connesso, che cosa vorrebbe sentirsi dire, perché altrimenti, anche in perfetta buona fede, depista. Di più: non dovrebbe voler sentirsi dire niente. Dovrebbe recepire, registrare e poi valutare criticamente. Il codice lo scrive, vietando le domande suggestive a chi ha chiesto la citazione (art. 499 c.p.p.); la storia lo ha scritto con più durezza, e proprio la Corte di Balsamo ha accertato nel Borsellino quater che a Scarantino gli investigatori dissero che cosa confessare: «Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana». Nessuno sostiene che a Firenze qualcuno abbia suggerito. Ma chi, per accertamento giudiziario, integra i ricordi con ciò che legge sui giornali non ha bisogno di suggerimenti: gli basta sapere che cosa la procura cerca da trent’anni.
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