La legge elettorale continua il suo iter di approvazione. I giorni decisivi per la sua approvazione saranno tra il 6 e l’8 ottobre prossimo. E anche la tenuta del governo dipenderà dalla legge elettorale, soprattutto se la Camera chiederà il voto segreto. E il Pd lo farà.

Intanto nel centrodestra è partito un ordine massiccio di medicinali per contenere i mal di pancia, che si stanno moltiplicando. Le ansie all’interno della maggioranza, anche in Fratelli d’Italia, sono dovute, per lo più, al fatto che oltre la metà non riuscirà a tornare a Montecitorio. Meloni, infatti, avrebbe dichiarato che candiderà solo consiglieri e assessori regionali. In Forza Italia il malumore serpeggia fra le «azzurre», mentre fra i leghisti si teme, in caso di sconfitta, una vera e propria sforbiciata: poco più di 20 parlamentari a fronte dello squadrone da 90 della legislatura in corso. Ma il malcontento non finisce qui: Renzi è convinto di entrare, ma il campo largo non lo vuole, quindi sarà una bella partita pure per Italia Viva, mentre in Azione tra i calendiani crescono i dubbi sul superamento del 3%.

Ricapitolando: il centrodestra sta implodendo, e il Partito democratico sta per preparare una bomba a orologeria per il governo. Dopo le parole di Meloni – «Il voto alla Camera cambierà tutto» – i rischi di tornare alle urne molto presto stanno aumentando. E a rifletterci, non è poi così eterea come previsione. Meloni ha già diverse «medaglie»: è la prima donna a capo di un governo e guida l’esecutivo più longevo della storia. Il suo l’ha fatto, se si andasse al voto fra un mese lei continuerebbe a trainare il centrodestra. Certo, con l’incognita Vannacci, ma il Generale ha più interesse a dialogare con Meloni che con Salvini e Tajani, entrambi in bilico, forse il secondo più del primo. Quanto ad Azione, al centrodestra conviene di più che stia fuori dal suo listone, visto che «ruba» i voti alla sinistra.

Tornando per un attimo in Commissione Affari Costituzionali della Camera, gli emendamenti dell’opposizione sono stati tutti bocciati (riguardavano le preferenze e l’eliminazione del capolista bloccato). Tutti i relatori hanno dato parere contrario. Come detto, questa legge – qui definita «Gattopardum» per la sua capacità di mutare l’immutabile – rischia di impedire al Paese non solo di avere un governo stabile, ma anche una linea chiara sui dossier chiave (dalle guerre alle politiche energetiche all’Europa). Uno smacco più per Meloni che per il centrodestra. I partiti di maggioranza, oggi, vorrebbero dolersi per la loro capacità autodistruttiva, dal momento che conoscendo il gioco della politica, si fanno fregare dall’opposizione su un semplice voto segreto. E il Pd, giustamente, conoscendo la fragilità di alcuni elementi del centrodestra, gioca a suo favore.

Insomma, non uno scenario proprio soleggiato. Piuttosto Meloni dovrebbe interrogarsi su chi ha portato in Parlamento in questa legislatura, e forse proprio da qui nasce la volontà della premier di candidare solo consiglieri e assessori regionali. E come darle torto. Certo, va detto, se la caratura di chi siede in Parlamento si riduce a un mero calcolo delle probabilità di rientrare o meno nei palazzi romani, non aiuta i cittadini a innamorarsi della politica. Tant’è. A Palazzo Valguarnera-Gangi cambia la danza, non gli equilibri: è la legge elettorale.