I lettori del Riformista possono andare orgogliosi. Mentre altrove l’estate si consuma tra polemiche balneari e gare di grottesco virilismo, noi discutiamo di una questione che riguarda milioni di famiglie: il rapporto dei nostri figli con i social e con l’intelligenza artificiale. L’altro ieri Andrea Laudadio ha raccontato l’”estraneo dentro casa”, il compagno artificiale che entra nelle camerette.

Ieri Ilaria Donatio ha sostenuto che vietare i social ai minori non è un argine, ma la resa del legislatore. Io provo ad aggiungere un tassello che riguarda noi adulti.
Sia chiaro: non sono contrario al divieto. Ma so, per biografia, che i divieti sono più complicati di come li raccontiamo. Sono cresciuto quando il fumo era socialmente accettato: si fumava nei cinema, nei treni, negli ospedali. Era vietato in famiglia e proprio per questo la sigaretta, tra amici, diventava un rito di emancipazione.

Così fumavo e mi facevo qualche spinello, come tanti. Ho smesso non per obbedienza, ma perché ho cominciato a pensare alla salute. Poi le leggi sono arrivate e hanno anche funzionato, ma come leve culturali, non come muri. È questo che un divieto può fare: non impedire ai ragazzi di trasgredire — vivaddio, sono ragazzi anche per questo — ma affinare lentamente l’idea di ciò che è normale e giusto.

I vincoli sociali

Cass Sunstein, studiando le prime evidenze sul divieto australiano per gli under 16, richiama proprio questo punto. Molti adolescenti aggirano la norma con una data di nascita falsa, l’account di un genitore o una VPN, per il timore di essere esclusi dal gruppo: i vincoli sociali contano più di quelli giuridici. Come accadde con il fumo, la partita decisiva si vince cambiando i primi.

Ma proprio il fumo ci insegna anche altro. Chi muore di fumo? Non i sedicenni che si nascondono nei bagni di una scuola, ma gli adulti che possono comprare liberamente le sigarette. Allo stesso modo, chi inquina davvero i social? Non i quindicenni che si scambiano meme, ma gli adulti: haters con nome, cognome e foto del battesimo, bot, reti di propaganda, account coordinati che orientano il dibattito e spostano voti.

La prima ipocrisia

Il quindicenne su TikTok si rovina il sonno. Il cinquantenne su Facebook rovina il dibattito pubblico. Qui sta la prima ipocrisia: pretendiamo di salvare i ragazzi da uno spazio che siamo stati noi adulti a rendere tossico. Come osserva Ilaria, la responsabilità va messa in capo a chi progetta i sistemi, non all’anagrafe di chi li usa: il problema è il design delle piattaforme e l’impunità di chi le adopera per avvelenare i pozzi.
Su questo, se volessimo fare sul serio, un’agenda esisterebbe già: l’identità verificata. Non il nome e cognome obbligatorio, esperimento già fallito in Corea del Sud, ma un doppio livello: davanti al pubblico puoi restare uno pseudonimo; davanti alla piattaforma devi essere una persona reale, verificata e rintracciabile da un giudice quando commetti un reato, con gli stessi SPID e CIE che serviranno a verificare l’età dei minori. Non morirebbe l’odio, ma si ridurrebbero drasticamente bot e campagne coordinate: esche fabbricate dagli adulti, alle quali i più giovani – con meno difese – abboccano.

Legiferare sui figli per assolvere i padri

E l’ipocrisia degli adulti non finisce qui: la ritroviamo nella scuola, dove si preparano nuove strette sull’IA e risuona la giaculatoria del conformismo contemporaneo: attenzione che l’IA non sostituisca «la fatica dell’imparare». Ma fatica per fare cosa? Per memorizzare date che qualsiasi dispositivo restituisce in un secondo?
La fatica è sacra come mezzo, non come liturgia. Serve a conquistare capacità più alte: interrogare, verificare, dubitare, usare l’IA come un maestro esigente e non come un distributore automatico di risposte. L’”estraneo dentro casa” raccontato da Andrea esiste, e fa bene a inquietarci. Ma bisogna distinguere: il chatbot progettato per simulare amicizia, scriverti per primo e trattenerti il più possibile è il fratello dell’algoritmo dei social; entrambi vivono del tempo che riescono a sottrarti. L’intelligenza artificiale usata come strumento è un’altra cosa. Ti risponde e ti restituisce il tuo tempo, te lo arricchisce.

Invece – e non per caso – la stessa classe dirigente che vieta i social guarda con sospetto l’IA nelle aule, come se fossero lo stesso fenomeno. Non lo sono. Il social è progettato per catturare attenzione; l’IA, se usata bene, per aumentare intelligenza. Confondere i due significa non aver capito né l’uno né l’altra.
Ed ecco il filo che unisce tutto, il riflesso più misero della politica contemporanea. Legiferare sui figli per assolvere i padri. È facile, è popolare e soprattutto non smuove interessi. Le piattaforme ringraziano: finché discutiamo dell’anagrafe degli utenti, nessuno discute degli algoritmi. E gli adulti, insieme vittime e carnefici, possono continuare a fumare le loro tre ore quotidiane di rabbia digitale, convinti di aver messo in salvo i ragazzi.
Proteggiamoli pure, i figli. Ma poi qualcuno dovrà spiegarci come proteggerci dai padri.