Mattias Tesfaye, figlio di un rifugiato etiope e di una donna danese, ha lavorato come muratore prima di entrare nel sindacato. Eletto nel Parlamento danese nel 2015, è stato ministro dell’Immigrazione e dell’Integrazione, ministro della Giustizia e ministro dell’Istruzione e dell’Infanzia (fino allo scorso giugno). È considerato uno degli architetti del modello danese in materia di asilo e della cosiddetta “legge sui ghetti”.

L’ondata migratoria verso Ceuta mette ancora una volta l’Europa di fronte alla sua incapacità di trovare una risposta comune. È d’accordo?
«L’arrivo di un gran numero di migranti a Ceuta ha ribadito la necessità di mettere in sicurezza le frontiere dell’Europa e di cooperare strettamente con i Paesi vicini. Anche se l’Ue non funziona ancora in modo ottimale in situazioni di questo tipo, la cooperazione europea è oggi molto più avanzata rispetto a cinque, dieci anni fa. C’è una maggiore consapevolezza della necessità di agire con decisione e sono sempre più numerosi i Paesi favorevoli a un sistema d’asilo che elimini l’incentivo a pagare i trafficanti per raggiungere l’Europa o a prendere d’assalto le frontiere attraverso attacchi coordinati. Quando affrontavo queste questioni con i ministri responsabili dell’immigrazione nel 2019 e nel 2020, incontravo molta meno comprensione».

La Danimarca, sotto la guida socialdemocratica, ha sviluppato un proprio modello sull’immigrazione che oggi ispira molti Paesi europei. Quali sono i princìpi fondamentali?
«Dopo il grande afflusso di migranti seguito alla guerra civile siriana, nel nostro partito abbiamo discusso approfonditamente della situazione. Avevamo constatato che l’immigrazione stava creando grandi difficoltà al nostro modello di welfare e che il peso maggiore ricadeva soprattutto sulle comunità con redditi più bassi, mettendo in crisi la situazione abitativa, le scuole, i servizi sociali e facendo aumentare insicurezza e criminalità. Per questo abbiamo proposto un modello d’asilo radicalmente diverso: i richiedenti asilo che arrivano in Danimarca dovrebbero essere trasferiti in un centro di accoglienza fuori dall’Europa. Se la domanda venisse respinta, tornerebbero direttamente dal centro al Paese d’origine. Se invece avessero bisogno di protezione, questa dovrebbe essere garantita nel Paese in cui si trova il centro. In cambio, la Danimarca accoglierebbe rifugiati attraverso il sistema delle quote dell’ONU, selezionandoli sulla base di criteri umanitari. Il sistema attuale, invece, favorisce soprattutto giovani uomini in grado di pagare i trafficanti per raggiungere l’Europa, molti dei quali non hanno effettivamente bisogno di protezione. Continuiamo a lavorare per realizzare un sistema d’asilo di questo tipo anche insieme ad altri Paesi europei che vogliono la stessa cosa».

La legge sui «ghetti», i numerosi requisiti per il ricongiungimento familiare e per ottenere la cittadinanza: la Danimarca non mostra alcuna indulgenza?
«La vera domanda è: verso chi dovremmo mostrarla? Verso i danesi a basso reddito che devono competere con un afflusso di manodopera non qualificata? Verso le famiglie lavoratrici che si trovano nuovi vicini immigrati e vedono aumentare la criminalità nei propri quartieri? Oppure verso le scuole che già affrontano grandi problemi sociali e devono occuparsi anche dei figli delle famiglie immigrate? È facile avere un lavoro protetto, vivere in un quartiere benestante, mandare i propri figli in una scuola privata costosa e contemporaneamente sostenere una maggiore immigrazione. Le leggi danesi sono state adottate per proteggere il nostro modello di welfare, del quale siamo molto orgogliosi: devono garantire quartieri sicuri, salari minimi elevati, istruzione gratuita e accesso alla sanità. Una società di questo tipo richiede un forte senso di coesione sociale. Per questo l’immigrazione proveniente da culture straniere deve avvenire a un ritmo che siamo in grado di gestire».

Nel 2018 in Danimarca è stata varata la «legge ghetto» con il sostegno decisivo dei Socialdemocratici. La norma classifica i quartieri popolari con oltre il 50% di residenti non occidentali e indicatori socioeconomici negativi, imponendo demolizioni, trasferimenti forzati di residenti e pene raddoppiate per i reati. Ha funzionato e impedito la formazione di società parallele?
«Si tratta di un enorme investimento per migliorare e trasformare alcune delle aree più svantaggiate della Danimarca. Molte persone con maggiori risorse economiche si sono trasferite in questi quartieri, mentre numerosi residenti vulnerabili di queste aree sono stati trasferiti altrove. Allo stesso tempo, abbiamo investito nell’insegnamento del danese ai bambini e inasprito le pene per i reati commessi in queste aree. So che molte ONG, associazioni umanitarie e ambienti vicino a loro si sono opposti a queste misure. Ma a mio avviso erano assolutamente la cosa giusta da fare».

Eppure alcuni esponenti della famiglia socialista europea ritengono queste politiche di destra. Come risponde?
«Dico che o i socialdemocratici fermano l’immigrazione, oppure sarà l’immigrazione a fermare i socialdemocratici. Le persone comuni senza redditi elevati non traggono alcun beneficio da un’immigrazione su larga scala. Essa danneggia le loro comunità attraverso la criminalità, esercita pressione sui loro salari e crea difficoltà nuove per le scuole dei loro figli. Un partito socialdemocratico deve battersi per le condizioni di vita delle persone comuni. Questo non è di destra. Io stesso sono un muratore di formazione. Vivo nella parte della Danimarca dove gli immigrati costituiscono la quota più alta della popolazione. Mio padre è un rifugiato proveniente dall’Etiopia. Non ho alcun interesse a farmi fare la predica sulla solidarietà da persone che vivono in quartieri benestanti e protetti e che non sono mai personalmente toccate da una politica migratoria aperta e liberale. Per loro il dibattito è astratto. Per me è molto concreto. I socialdemocratici devono vivere nel mondo reale».

Lei ha preso decisioni coraggiose anche riguardo l’Islam. Non teme di essere accusato di islamofobia?
«Se si vogliono portare avanti le politiche necessarie, non ci si può permettere di temere accuse di questo tipo. Ci sono molte ONG che dedicano risorse considerevoli a minare una politica migratoria restrittiva e una necessaria politica di integrazione. Ma i politici devono rappresentare il popolo e restare fedeli ai propri princìpi fondamentali. Non devono essere le campagne delle élite e la gogna pubblica a determinare la politica. Conosco molti musulmani che vivono perfettamente in una società democratica. Per loro la religione è una questione privata, che non dovrebbe influenzare la società nel suo complesso. Ma purtroppo abbiamo anche grandi problemi con musulmani che cercano di imporre agli altri la propria particolare interpretazione dell’Islam. Questo porta, tra le altre cose, all’oppressione delle donne, a campagne contro la democrazia, a minacce di violenza e attacchi contro ebrei e omosessuali. Naturalmente non possiamo accettarlo. Per questo siamo impegnati in una ferma battaglia politica contro l’imposizione del dogma islamista».

È davvero così importante vietare in Europa la chiamata alla preghiera da parte dei muezzin diffusa tramite altoparlanti?
«Ad oggi questo non è un problema enorme in Danimarca, ma la ragione per cui se ne discute comunque è che solleva la questione più ampia di quanto spazio pubblico si debba concedere all’Islam. Siamo un Paese cristiano. La chiesa di Stato è esplicitamente riconosciuta dalla nostra Costituzione, quindi non c’è uguaglianza religiosa. Ma la nostra Costituzione garantisce anche la libertà di culto. È questa distinzione a permettere alle campane delle chiese di occupare uno spazio pubblico. Ed è anche per questo che agli scolari viene insegnato il cristianesimo: la Chiesa di Danimarca ha uno status speciale. Il dibattito affonda le radici anche nella storia europea, gli assedi dell’Impero Ottomano, le Crociate cristiane, la conquista musulmana della Spagna e molto altro. Capisco quindi perché la chiamata alla preghiera susciti forti emozioni. Tutte queste questioni devono essere affrontate con rispetto sia per la cultura e la storia europea, sia per la minoranza musulmana che oggi vive nei nostri Paesi».

Lei è stato ministro dell’Immigrazione e poi ministro dell’Educazione e Infanzia. Oggi a Berlino il 40% degli studenti musulmani afferma che i princìpi del Corano dovrebbero prevalere sulla legge dello Stato. È possibile integrare i musulmani di seconda generazione?
«Mi permetto di rispondere con una domanda: quali sarebbero le conseguenze se non fosse possibile integrare una minoranza musulmana in una democrazia europea? Questo pensiero è terrificante. Porterebbe o a espulsioni di massa o alla guerra civile. Per questo dobbiamo riuscirci. E ci riusciremo, perché ci sono tantissimi concittadini musulmani intelligenti e perbene che lo vogliono. Ma sarà una battaglia dura. Molto più dura e conflittuale di quanto avessimo previsto».

In Danimarca l’estrema destra è marginale, mentre sta crescendo ovunque in Europa. Il modello danese, una politica di sicurezza gestita da sinistra, è l’unico vero vaccino?
«Indebolire la destra politica non è un mio obiettivo. L’obiettivo politico deve riguardare lo sviluppo della società. Dobbiamo poter riconoscere la Danimarca e la nostra società quando camminiamo per i nostri quartieri. Le nostre comunità devono essere sicure e libere. I bambini devono ricevere un’istruzione, e gli anziani e i malati devono ricevere l’aiuto di cui hanno bisogno. I valori democratici devono essere i valori dominanti nella società. Questo dovrebbe essere lo scopo di una politica migratoria restrittiva: non ridurre il consenso verso altri partiti politici».

Che consiglio darebbe alla sinistra italiana, che presto dovrà confrontarsi con questi temi?
«Non credo di poter dare consigli specifici sulla politica italiana. La legislazione danese è stata sviluppata sulla base della nostra particolare idea di welfare society; e anche in Danimarca restano ancora molti problemi irrisolti. La socialdemocrazia danese ha davvero trovato la propria strada in questo dibattito solo quando abbiamo smesso di concentrarci così tanto sulla destra politica. Abbiamo cercato risposte nella nostra storia e nella nostra organizzazione. Abbiamo chiesto ai sindaci dei Comuni con un’ampia popolazione immigrata come funzionasse la vita quotidiana. Sono socialdemocratici pragmatici e onesti, né ingenui né razzisti. Abbiamo chiesto ai sindacati cosa comporti l’immigrazione nelle trattative salariali. Abbiamo parlato con insegnanti, poliziotti e molti altri. I socialdemocratici non devono copiare la destra politica, ma non dobbiamo nemmeno vivere in un mondo ideale immaginario. Dobbiamo partire dalla realtà che le persone vivono concretamente. E dobbiamo ascoltare con attenzione e genuina curiosità coloro che affrontano questi problemi nella loro vita quotidiana».

Lorenzo Incantalupo

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