La classica boutade di fine estate.
Libero dopo molestia su una 13enne, Nordio invia gli ispettori (ma non è politica): se ci fossero state le pagelle delle toghe…
Da una parte c’è una decisione giudiziaria sulla quale la Procura ha già chiesto a un altro giudice di intervenire. Dall’altra c’è il Guardasigilli che apre un canale ispettivo per uscire dall’angolo della disfatta referendaria
La vicenda di Torino (la cronaca è sul sito del Riformista), ha tutti gli ingredienti per diventare l’ennesimo caso politico sulla giustizia. Una tredicenne molestata in un minimarket, un uomo bengalese di 42 anni arrestato e poi rimesso in libertà con l’obbligo di firma, l’indignazione dell’opinione pubblica, l’intervento della premier Giorgia Meloni ed infine il ministro della Giustizia Carlo Nordio che manda gli ispettori. Ma proprio quando il clamore raggiunge il massimo, arriva ieri la notizia che la Procura di Torino, la quale aveva chiesto il carcere, ha impugnato il provvedimento davanti al Tribunale del Riesame.
La decisone del gip aveva lasciato francamente “perplessi”, e per una volta aveva trovato d’accordo tutte le forze politiche.
Il primo aspetto riguarda la valutazione della pericolosità. Il gip ha riconosciuto i gravi indizi di colpevolezza e anche l’esistenza di un pericolo concreto e attuale di reiterazione. Ma ha ritenuto sufficiente l’obbligo di firma. Una scelta che diventa difficile da comprendere soprattutto alla luce di un elemento inquietante: poco prima dell’episodio contestato alla tredicenne, l’uomo aveva infatti molestato un’altra donna che era riuscita a scappare. Due episodi ravvicinati, dunque, nello stesso arco temporale. Se il pericolo di reiterazione esiste, quanto è adeguata una misura che non impedisce all’indagato di tornare a lavorare proprio nel negozio nel quale è avvenuta la molestia? Non si tratta di sostenere che ogni accusa di violenza sessuale debba automaticamente tradursi in carcere preventivo. La custodia cautelare non è una pena anticipata e deve rispettare le condizioni fissate dalla legge. Ma proprio per questo bisogna spiegare con particolare attenzione perché, davanti a due episodi ravvicinati e dopo aver riconosciuto un rischio di reiterazione, la misura ritenuta necessaria sia soltanto quella dell’obbligo di firma. Il giudice ha considerato l’episodio di “minore gravità”, essendosi limitato il bengalese a palpeggiare la ragazzina, contestandogli così l’articolo 609-bis che prevede una sensibile riduzione della pena.
Qui entra allora in scena Nordio. Il ministro ha deciso martedì di inviare gli ispettori, sostenendo l’eccezionalità del caso e l’allarme sociale provocato dalla decisione. È una prerogativa che il ministro possiede. Ma è difficile non chiedersi quale sia, in concreto, la funzione di questa iniziativa mentre il provvedimento è già sottoposto al controllo del Riesame. Perché gli ispettori possono verificare eventuali irregolarità, anomalie, profili disciplinari. Non possono sostituirsi al giudice nella valutazione cautelare. Se il gip ha compiuto un errore nell’interpretazione o nell’applicazione della legge, sarà il Riesame a correggerlo. Non il ministro. L’impressione è che l’iniziativa di Nordio sia arrivata soprattutto sull’onda del clamore mediatico e dell’indignazione generale. Il ministro sa perfettamente che non può intervenire su una decisione giudiziaria. E sa altrettanto bene, avendo fatto il magistrato, che esiste un sistema di impugnazioni pensato esattamente per casi come questo. Il rischio è quello di produrre il classico cortocircuito. Da una parte c’è una decisione giudiziaria sulla quale la Procura ha già chiesto a un altro giudice di intervenire. Dall’altra c’è il ministro della Giustizia che, nello stesso momento, apre un canale ispettivo, verosimilmente per uscire dall’angolo in cui la disfatta referendaria lo ha relegato. Il messaggio che passa all’opinione pubblica è quello di un intervento del potere politico sulla decisione del magistrato, anche se l’ispezione ha natura diversa.
Il vero tema erano invece le “pagelle” dei magistrati che aveva fortemente voluto Enrico Costa, attuale capogruppo di Forza Italia alla Camera. Purtroppo il Ministero della giustizia, con la sponda determinante del Consiglio superiore della magistratura, è riuscito ad annacquare questo provvedimento di buon senso, previsto dalla Riforma Cartabia, che puntava ad una seria valutazione dell’operato del magistrato, ad iniziare dalla tenuta successiva dei suoi provvedimenti nei vari gradi di giudizio. L’invio degli ispettori da parte di Nordio rischia così di essere la classica boutade di fine estate.
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