L'economia è a pezzi
L’Iran non sta vincendo la guerra e sta anche perdendo il controllo di Hormuz: l’analisi oltre la propaganda del regime e dei media internazionali
Secondo una falsa narrazione Teheran starebbe battendo gli Usa perché il regime è ancora al potere ma non tiene conto del cambiamento avvenuto nell’ultima fase della guerra che ha prodotto la quasi completa distruzione dell’economia del paese
La Repubblica islamica sta perdendo la sua influenza a Hormuz, ma è opinione comune che “l’Iran ha vinto”. Ma l’Iran non sta vincendo: in questa ultima fase della guerra. Teheran sta invece perdendo la principale leva strategica che si era creata, cioè il controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo una falsa narrazione l’Iran starebbe vincendo perché, nonostante settimane di bombardamenti americani e israeliani, il regime è ancora al potere, non ha accettato le concessioni richieste, conserva una capacità missilistica e continua a minacciare la navigazione attraverso Hormuz. Questa interpretazione, però, è fuorviante e semplicistica perché non tiene conto del cambiamento avvenuto soprattutto nell’ultima fase della guerra che ha prodotto la quasi completa distruzione dell’economia del paese già compressa da decenni di sanzioni.
Dobbiamo tener presente che per loro vincere vuol dire continuare ad esistere, a restare al timone. Vincere per gli ayatollah e i pasdaran significa non essere crollati, resistere. Nella dottrina strategica fondante della Repubblica islamica la pace con Washington, Israele e l’Occidente non è prevista. La politica estera iraniana ha due pilastri fondamentali a cui non può rinunciare: nucleare e guerra all’occidente. La sua è una necessità di sicurezza ontologica. L’ostilità verso l’America non è una merce di scambio; è il fondamento dell’identità del regime e del suo senso di legittimità. Qualsiasi accordo che imponga di abbandonarla rappresenta una minaccia esistenziale maggiore della guerra. È questo che fa dire a Teheran che sta vincendo la guerra. In Occidente sembra diffondersi tale propaganda del regime perché nessuno ha simpatia per Trump, quindi il fatto di dire dice che l’Iran ha vinto e che Trump ha fallito fa comodo. Analizziamo i motivi per cui, soprattutto in quest’ultima fase della guerra la Repubblica islamica sta attraversando un momento critico che potrebbe condurla alla disfatta.
Il conflitto, iniziato il 28 febbraio, si è sviluppato in quattro fasi. La prima è stata caratterizzata da sei settimane di intensi bombardamenti. La seconda si è aperta con il cessate il fuoco e i negoziati del 7 aprile, culminati nel memorandum firmato il 17 giugno da Donald Trump e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nella terza fase, Teheran ha ripreso a colpire le navi mercantili nello Stretto, cercando di costringere Washington ad accettare il controllo iraniano su quella rotta strategica. In quel momento l’Iran sembrava avere riconquistato una sua deterrenza: la chiusura di Hormuz avrebbe potuto provocare un aumento dei prezzi dell’energia e perfino una crisi economica mondiale, obbligando gli Stati Uniti a fare marcia indietro. Da metà luglio, tuttavia, Washington ha modificato la propria strategia, aprendo la quarta fase della guerra. Gli Stati Uniti hanno imposto nuovamente il blocco militare ai porti iraniani, aumentando le sanzioni contro le esportazioni petrolifere di Teheran e intensificando le operazioni per liberare le rotte marittime e proteggere le navi commerciali. Questa strategia starebbe rovesciando i rapporti di forza. Le esportazioni petrolifere iraniane sono state fortemente limitate, mentre quelle degli altri produttori hanno ripreso a circolare. I prezzi dell’energia sono rimasti relativamente stabili e i flussi di petrolio attraverso Hormuz sarebbero tornati a circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra. L’Iran non sarebbe quindi riuscito a provocare lo shock energetico necessario per piegare gli Stati Uniti.
La pressione si sta concentrando su Teheran. Il Paese era entrato nel conflitto già indebolito da anni di sanzioni e cattiva gestione economica. Ora l’economia iraniana dovrebbe contrarsi di oltre il 5%, mentre l’inflazione si avvicina al 70%. La valuta è crollata, i prezzi dei beni essenziali sono aumentati e oltre un milione di posti di lavoro sarebbero stati persi nei primi tre mesi di guerra. La capacità dell’Iran di proseguire il conflitto non dipende soltanto dai missili ancora disponibili, ma anche dalle risorse necessarie alle Guardie rivoluzionarie per mantenere il controllo interno. Prima della guerra, il regime era già sottoposto a una forte pressione popolare, alimentata dalla repressione e dalla crisi economica. L’eliminazione di gran parte della leadership iraniana, nella prima fase del conflitto, ha favorito il consolidamento delle Guardie rivoluzionarie e un’ulteriore repressione. Il blocco americano, invece, colpisce direttamente le risorse economiche indispensabili alla sopravvivenza del sistema.
Per la prima volta dalla Rivoluzione del 1979, l’Iran deve affrontare un embargo militare sulla sua principale via economica. Per uscire dall’isolamento dovrebbe smettere di minacciare le navi nello Stretto e abbandonare ciò che resta del programma di arricchimento nucleare, già in gran parte distrutto. Trump accetterebbe probabilmente un accordo simile, ma le Guardie rivoluzionarie considererebbero qualsiasi concessione una dimostrazione di debolezza capace di minacciare il loro potere. Teheran potrebbe reagire intensificando gli attacchi alle petroliere, colpendo le infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo o utilizzando gli Houthi per ostacolare la navigazione nel Mar Rosso. Si tratterebbe, però, della ripetizione di una strategia che finora non ha raggiunto i propri obiettivi. Gli Stati del Golfo, pur temendo l’escalation, non sembrano disposti a cedere alle pressioni iraniane. Inoltre, i tentativi di bloccare Hormuz mediante droni, missili e mine vengono contrastati sempre più efficacemente dagli Stati Uniti. L’obiettivo dell’Iran era usare la chiusura dello Stretto per aumentare i prezzi dell’energia e della benzina negli Stati Uniti, danneggiare l’economia mondiale e costringere Trump a ritirarsi, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine. Questa previsione si starebbe rivelando sbagliata: il presidente americano appare più determinato del previsto e Washington è riuscita a ridurre l’efficacia della principale arma politica ed economica di Teheran.
L’Iran continua a sostenere che non rinuncerà mai all’arricchimento nucleare, alla propria influenza su Hormuz e alle milizie alleate nella regione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi afferma che blocco e sanzioni sono destinati a fallire. Tuttavia, nessun governo potrebbe resistere indefinitamente alla crescente pressione economica e militare. Teheran pensava di aver individuato il punto di rottura di Trump; ora potrebbero essere gli Stati Uniti a trovare quello del regime iraniano. La guerra è ancora lontana dalla conclusione e potrebbe proseguire a lungo. Mentre nelle prime fasi Washington agiva con obiettivi confusi e mutevoli, oggi la strategia appare più chiara: bloccare le esportazioni iraniane, garantire il passaggio delle navi commerciali, sottrarre a Teheran il controllo di Hormuz e costringerla a rinunciare all’arricchimento nucleare. L’Iran, dunque, non avrebbe vinto la guerra. Al contrario, starebbe perdendo la capacità di tenere in ostaggio lo Stretto di Hormuz e di ricattare gli Stati Uniti e l’economia mondiale. Con il peggioramento della crisi interna e la progressiva riapertura delle rotte petrolifere, il nuovo equilibrio strategico favorirebbe Washington, non Teheran.
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