La USS Theodore Roosevelt ha lasciato San Diego diretta verso il Medio Oriente. Sarà la quinta portaerei statunitense impiegata nella guerra contro l’Iran, entrata nel settimo mese senza una prospettiva diplomatica. La missione conferma quanto il conflitto, immaginato inizialmente da Donald Trump come un’operazione breve, stia assorbendo uomini, mezzi e capacità navali americane.

La Roosevelt dovrebbe sostituire nel Mar Arabico la USS George Washington, arrivata ad agosto dopo la lunghissima missione della USS Abraham Lincoln. Una ventina di navi da guerra statunitensi partecipano al blocco dei porti iraniani, mentre la Quinta Flotta protegge petroliere e mercantili dagli attacchi dei droni nello Stretto di Hormuz. Il Pentagono ha inoltre prorogato fino al 2027 la presenza nella regione di strutture di comando, unità logistiche, artiglieria ed elementi dell’82ª Divisione aviotrasportata. Il crescente impegno militare rivela il limite della strategia americana: la superiorità tecnologica e operativa non si è tradotta in una soluzione politica. Per quasi cinquant’anni la Repubblica islamica si è preparata proprio a questo confronto. L’ostilità verso gli Stati Uniti non rappresenta per gli ayatollah e i Pasdaran una semplice scelta di politica estera, ma una componente essenziale dell’identità e della legittimità del regime.

Per Washington, i costi accumulati rendono necessario ottenere oggi molto più di quanto avrebbe chiesto prima della guerra. Per Teheran, le perdite economiche e militari impongono di chiedere maggiori concessioni e di offrire il meno possibile. Le posizioni si irrigidiscono in una trattativa a somma zero: nessuna delle due parti può accettare un accordo che l’altra possa presentare come una vittoria. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha descritto Il metodo negoziale iraniano è noto come lo “stile bazar”. Il “metodo bazar” è stato anche descritto recentemente dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi come “contrattazione continua” che premia chi possiede maggiore pazienza. È su questo terreno che Teheran ritiene di avere un vantaggio. Gli Stati Uniti dispongono di una forza militare enormemente superiore, ma l’Iran può sostenere una strategia di logoramento, aspettando che l’opinione pubblica americana, i costi economici e le priorità globali riducano la determinazione di Washington.

Il centro della contesa resta lo Stretto di Hormuz. Un’eventuale prima fase dell’accordo dovrebbe prevedere lo sminamento della via d’acqua e la cessazione delle azioni iraniane contro le navi, in cambio di una revoca proporzionale del blocco statunitense. Ma per la Repubblica islamica lo Stretto è ormai la principale leva negoziale: consente di esercitare pressione non soltanto sugli Stati Uniti, ma sull’intera economia mondiale. Come ha affermato Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema, firme e documenti non bastano più; la vera garanzia di qualsiasi accordo è il controllo di Hormuz. La nuova proposta iraniana per porre fine alle ostilità e riaprire lo Stretto, presentata agli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner a margine dell’Assemblea generale dell’ONU, è stata respinta da Trump. Teheran ha successivamente escluso, almeno per ora, altri colloqui diretti. La diplomazia resta congelata, mentre entrambe le parti rafforzano la propria posizione.

Parallelamente, l’Iran mobilita la popolazione. Sull’isola di Qeshm, vicino a Hormuz, circa cinquemila uomini e donne hanno partecipato all’esercitazione “Sacrificio per l’Iran”, insieme all’esercito, alle forze di sicurezza e ai Basij, la milizia collegata ai Guardiani della Rivoluzione. Iniziative analoghe si sono tenute nelle isole di Hormuz, Kish e Abu Musa. La campagna punta a reclutare volontari, addestrare civili all’uso delle armi e costituire più di mille unità e battaglioni.

La prima grande mobilitazione si era svolta a Teheran il 18 settembre, alla presenza del presidente Masoud Pezeshkian, con soldati, miliziani, civili armati e droni in parata. Nella capitale è stato inoltre aperto un centro nel quale i volontari vengono addestrati al tiro e all’impiego di attrezzature difensive. Il messaggio è rivolto sia alla popolazione sia all’esterno: il regime vuole mostrare di poter trasformare la guerra in una mobilitazione nazionale prolungata. Alla pressione militare si aggiunge quella economica. Washington ha colpito 27 compagnie aeree iraniane e minaccia sanzioni secondarie contro le società straniere che continuano a operare con esse. Emirati Arabi Uniti, Iraq e Oman hanno già limitato l’accesso dei vettori iraniani ai propri aeroporti. Teheran ha reagito presentando una protesta all’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile.

Il rischio è che lo stallo diventi la condizione permanente del conflitto. Trump può sospendere o ridurre le operazioni, ma difficilmente potrà cancellare la guerra ideologica che la Repubblica islamica conduce contro l’America e Israele dalla sua nascita. Dal sequestro degli ostaggi nell’ambasciata americana nel 1979 alla pressione esercitata oggi attraverso Hormuz, il metodo resta simile: non potendo sconfiggere militarmente gli Stati Uniti, costringerli a pagare un prezzo politico ed economico crescente. L’invio della Theodore Roosevelt segnala che Washington non intende arretrare. La mobilitazione dei civili iraniani mostra però che Teheran non ha fretta. Ed è proprio il fattore tempo, più ancora delle portaerei e dei missili, a essere diventato l’arma decisiva di questa guerra.