La Spagna risponde, nuovo scontro
L’Italia conferma il blocco di Schengen, a Ceuta regna ancora la crisi migranti
Il governo proroga per altri 15 giorni la sospensione del Trattato e i controlli alle frontiere. Piantedosi: «Decisione necessaria». Madrid impone altre verifiche su chi arriva dal nostro Paese
Come nella celebre commedia “La strana coppia” del 1968 targata Neil Simon, Italia e Spagna condividono da tempo immemorabile lo stesso “appartamento” mediterraneo, ma faticano a trovarsi d’accordo sulle regole di convivenza (d’altronde, quando mai si è respirato un clima pacifico tra due vicini di casa di vecchia data?).
La decisione del governo Meloni di prorogare per altri 15 giorni la sospensione del Trattato di Schengen e i controlli alle frontiere – definita dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi come necessaria – ha già scatenato le reazioni da parte del governo socialista di Sánchez. È lo stesso ministro Piantedosi che (forse con meno rancore rispetto alla Spagna) riconosce come “apprezzabile” lo sforzo del Paese iberico e dell’Unione europea di tamponare la ferita che si è venuta a creare e confida, allo stesso modo, che questa sarà l’ultima proroga. A condividere la scelta è il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che parla di una “decisione condivisa” e che, come una difesa a testuggine, proteggerebbe il Paese anche dalle infiltrazioni jihadiste.
Alla sospensione italiana Sánchez ha risposto annunciando capillari controlli alle frontiere per chiunque arrivi via mare o per via aerea dall’Italia. Tuttavia, al premier spagnolo, concentrato su queste scaramucce diplomatiche, sfugge un dettaglio che è tutt’altro che secondario: la situazione a Ceuta è ancora altamente instabile. Nell’enclave spagnola ci sono ancora 5.000 migranti irregolari, di cui 1.200 minorenni: anche per i residenti questa “convivenza” sembra essere giunta al capolinea. Nei giorni precedenti sono state bruciate le tende dei migranti sulla spiaggia di Benítez e si è cercato persino di bloccare i camion della Croce Rossa con gli aiuti umanitari. Nelle scorse ore 12 cittadini marocchini sono stati arrestati e un soldato è rimasto ferito dopo che un veicolo militare è stato bersagliato dal lancio di pietre da parte di 70 migranti; altri cittadini marocchini sono stati fermati per aver lanciato sassi contro dei militari in pattuglia sul lungomare.
Questi episodi testimoniano che “la cooperazione positiva con il Marocco”, come definita dal leader Sánchez, forse non è così proficua e virtuosa come si vorrebbe far credere. Come già espresso all’alba dei fatti di Ceuta, Sánchez invoca la “solidarietà europea” chiedendo lo stesso trattamento per la Spagna e ricordando che il suo Paese è stato in prima linea dopo i fatti di Lampedusa. Ma alla fine dei conti, al premier spagnolo qualcosa non torna: da giorni si chiede come mai, nei confronti della Spagna, non ci sia stata quella “solidarietà europea” tanto decantata, individuando come giustificazione la tesi secondo cui il suo governo sarebbe fin troppo progressista e avrebbe “preso posizione su Gaza”.
Contrariamente a quel che pensa Sánchez, la risposta non risiede né su Gaza né sul progressismo socialista, ma in una constatazione che in molti ancora non riescono ad accettare: l’Unione europea non ha trovato una quadra su una gestione realmente condivisa ed equilibrata dei fenomeni migratori, né tanto meno ha attuato un vero rinnovamento degli accordi, finendo per tornare punto e a capo e dovendo fronteggiare massicci flussi di migrazione irregolare. Come recita il detto, non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. E l’Unione europea deve farci i conti. Senza un dialogo capace di superare gli individualismi dei singoli Stati in questa difficile convivenza mediterranea e definire una politica migratoria davvero condivisa, da un lato avremo Sánchez che invoca escamotage ideologici e dall’altro Paesi sommersi dalla gestione dei migranti irregolari. È il tempo delle decisioni.
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