L'iniziativa
L’Italia dei Conservatori: la destra guarda al futuro senza rinunciare alle radici
“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”: una frase abusata, a tratti persino inflazionata, ma che descrive perfettamente la prima giornata, nella cornice dell’Hotel Quirinale a Roma, de l’ “Italia dei Conservatori”, organizzata dalla Fondazione Tatarella, Nazione Futura e New Direction. Un’apertura che ha visto anche il saluto di Fabrizio Tatarella, a testimoniare la continuità e la vitalità dell’eredità politica e culturale di Pinuccio.
D’altronde il numero del Riformista, riprendendo un’intuizione dello stesso Tatarella, ha rilanciato il progetto di Giorgia Meloni: un “polo” alternativo di centro che aggreghi al proprio interno soprattutto le forze moderate e centriste (e che, altrimenti, a sinistra svanirebbero come vapore acqueo). Dal convegno sembra confermata la volontà di dialogare con queste realtà, sia nei temi emersi sia nella postura dei relatori. La destra di governo sta cambiando? No, si sta adeguando al progresso, e questo emerge chiaramente nel ritratto di un profilo più moderno: non solo con in mano il manifesto di Prezzolini (testo sacro del pensiero conservatore), ma dall’altra con la mappa geopolitica, un planisfero delle relazioni internazionali che sa maneggiare con arguzia. Per usare le parole del già ministro Gennaro Sangiuliano, a differenza del progressista “che pensa al domani”, questa cultura politica guarda al “dopodomani”.
Scordatevi l’immagine del militante con elmetto e spada: quella che esce dal dibattito è una figura plasmabile e liberale, capace di porre al centro la persona nella sua totalità (l’individuo prima della società). Volendo tracciare un filo conduttore tra i nuclei della discussione, ne emergono essenzialmente tre: un neo-ecologismo, nato dalla volontà di intercettare il tema green senza cadere nei no ideologici della sinistra; un’area rinnovata e dinamica; ed infine una vera rivoluzione culturale. Da Moeller van den Bruck a Prezzolini fino a George Bush, vengono richiamati antichi miti per dialogare con un pubblico nuovo e in continuo cambiamento.
Un dinamismo intellettuale che si riflette nella struttura dei panel: Francesco Giubilei, presidente di Nazione Futura e della Fondazione Tatarella, non solo ricorda il raggiungimento del centesimo circolo dell’associazione, ma riavvolge il nastro citando eventi chiave della storia politica di un conservatore che si rispetti: la svolta di Fiuggi del 1994 e l’adesione alla famiglia europea dei conservatori tra il 2018 e il 2019.

Con il primo panel, moderato dal giornalista de Il Riformista Pasquale Ferraro, si è entrati nel vivo della multipolarità a partire da Thibault Muzergues. L’autore francese rifiuta la rigidità dei dogmi: per lui il conservatorismo non è un’ideologia chiusa, ma uno “spirito”che spinge a formulare una controproposta pragmatica sull’ecologismo, affrancando l’ambiente dalle gabbie ideologiche. Un approccio concreto confermato dal Vicepresidente della Camera Fabio Rampelli: bene la prospettiva del nucleare da fissione, ma visti i 10-20 anni necessari per vederne i frutti, nel presente occorre puntare subito su risorse strategiche come l’idroelettrico.
Su questa scia si è inserito l’intervento politico-intellettuale di Gennaro Sangiuliano. Partendo da Prezzolini, l’ex ministro ha richiamato alla dimensione “prepolitica” dell’uomo e all’importanza delle proprie radici. Il convegno ha così mostrato il suo doppio volto: una sfida al domani che è, al contempo, un consapevole ritorno alle origini.
E da qui nasce il paradosso. L’attuale sinistra -quella del “campo largo”, resta prigioniera dei soliti feticci del Novecento, da Lenin a Stalin fino al vecchio PCI, senza però riuscire a riattualizzarli in una visione per l’oggi. In questo solco si inserisce invece la destra emersa in questo convegno: una realtà che non solo punta ad allargare le proprie basi elettorali, ma comprende di poter conquistare maggiore consenso presidiando proprio quei fianchi che l’opposizione sta lasciando colpevolmente scoperti.
Nel secondo pomeriggio il dibattito ha ceduto il passo a un susseguirsi di interventi, moderati dalla giornalista e conduttrice Giulia Bonaudi. Tra questi spicca quello di Gianfranco Fini che, con la sua inconfondibile e suadente voce d’ordinanza -pur con un velo di raffreddore -, ha tratteggiato un’analisi geopolitica sferzante. Cliccando sulla poliedricità di Donald Trump, che “ha fatto lo yankee mettendo mano al portafogli”, Fini ha messo a nudo le debolezze di un’Unione Europea smarrita: un’istituzione che un tempo sapeva fare tesoro dei propri errori e che oggi appare invece intrappolata nello scontro frontale tra i tre grandi colossi del pianeta, Stati Uniti, Cina e Russia.
A completare il quadro sulle sfide globali è stato l’intervento del Presidente di Leonardo, Francesco Macrí, che ha portato l’attenzione sul concetto di guerra ibrida, dove l’eccellenza intellettuale e la disponibilità della tecnologia diventano le vere armi strategiche. Emerge così nitido il ritratto del conservatore del 2026: una figura moderna e liberale, ancorata alla destra sociale, capace di tenere insieme la tutela della comunità con la dimensione economica del singolo, la storia con la complessità del presente. Come ha ricordato Fabio Rampelli, ponendo la libertà al centro del proprio agire, questa cultura politica non potrà mai convivere con la Russia di Putin. Inserendosi con lucidità nelle sacche di malcontento che si aprono sia al centro sia a sinistra, la destra dimostra, come un camaleonte, di potersi insediare in spazi scoperti dall’opposizione e intercettare ampie fette di elettorato in vista delle prossime elezioni.
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