Il “clamoroso” scoop di Haaretz, secondo cui Netanyahu sarebbe stato avvertito dagli Emirati dieci giorni prima del 7 ottobre, è una notizia rimasticata vecchia di quasi tre anni. Già il 9 ottobre 2023 il Times of Israel, citando il sito israeliano Ynet, scriveva che il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel avrebbe avvertito personalmente Netanyahu, dieci giorni prima dell’attacco, di qualcosa di insolito e terribile in preparazione da Gaza. Il premier, concentrato sulla Cisgiordania, avrebbe sottovalutato l’allarme. Netanyahu negò.

L’11 ottobre il presidente della Commissione Esteri della Camera americana, Michael McCaul, dichiarò che il Cairo aveva avvertito Israele tre giorni prima; il 13 fu la stessa Haaretz a pubblicare la smentita del consigliere israeliano per la sicurezza nazionale. Il 30 novembre 2023 il New York Times rivelò poi “Jericho Wall”, un documento di circa quaranta pagine che descriveva razzi, droni contro i sistemi di sorveglianza, sfondamento della barriera e incursione armata. Circolava nell’apparato militare da oltre un anno, ma era stato giudicato troppo ambizioso per Hamas; non era chiaro se fosse arrivato ai vertici politici. Può, eventualmente, contribuire a ricostruire le falle dell’Intelligence; non autorizza a trasformarle nella prova di un complotto.

Il quadro, dunque, era già ampiamente noto. È su questo materiale tutt’altro che inedito che Haaretz costruisce, a sette settimane dalle elezioni israeliane, la sua “rivelazione”. Nel nuovo racconto, il presunto mittente è il presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed, che avrebbe parlato per 45 minuti con Netanyahu, riferendogli che Yahya Sinwar preparava una “grande operazione” capace di provocare molto sangue e destabilizzare la regione. Il premier avrebbe reagito con calma, collocando anche questa volta la minaccia in Cisgiordania e senza informare i vertici della sicurezza.

L’inchiesta, condotta per il libro Ostaggi: 843 giorni di abbandono, è firmata da Shlomi Eldar e Ruti Yuval, due giornalisti da tempo fortemente critici di Netanyahu. Haaretz cita tre funzionari stranieri informati sul contenuto della telefonata e un consigliere palestinese di bin Zayed che ne avrebbe avuto conoscenza diretta. Il Times of Israel scrive che una fonte emiratina al corrente della conversazione gli ha confermato il resoconto. Tutte le fonti restano anonime. Abu Dhabi non conferma né smentisce. L’ufficio di Netanyahu parla di “menzogna assoluta“. La novità di Haaretz si riduce dunque a un’altra telefonata e a un altro interlocutore: un nuovo protagonista per una trama nota dal 2023. Il resto nasce dall’elasticità prodigiosa della parola “avvertito”, che nel giro di pochi titoli diventa “sapeva”. Un allarme senza data, obiettivi né modalità si trasforma in conoscenza operativa; poi si lascia che il lettore vi aggiunga il sospetto di una deliberata mancata prevenzione.

È un meccanismo ormai familiare. Dopo ogni grande attentato islamista si scopre che qualcuno aveva segnalato qualcosa, che uno dei futuri terroristi era già stato sorvegliato, che un dossier era finito sulla scrivania giusta senza produrre conseguenze. La Commissione sull’11 settembre intitolò un capitolo “Il sistema lampeggiava rosso”. Il briefing presidenziale del 6 agosto 2001 su Bin Laden era il trentaseiesimo articolo di quell’anno sull’argomento presentato a Bush. Mancavano però tempo, luogo, metodo e bersaglio. Dopo Charlie Hebdo si scoprì che i fratelli Kouachi erano stati sorvegliati, prima che il controllo fosse interrotto perché non produceva risultati. Nemmeno questo significava che l’Eliseo conoscesse il bersaglio. È il privilegio del senno ideologico del poi: dopo ogni strage, tra migliaia di segnalazioni, minacce, depistaggi e ipotesi si selezionano i frammenti che, messi in fila retrospettivamente, compongono il racconto lineare di un complotto. Le falle dell’Intelligence israeliana dovranno essere accertate nelle sedi competenti, ma non dimostrano la volontà di lasciare accadere un massacro.

La conclusione è semplice. Se lo scoop è che qualcuno in Israele era stato avvertito che poteva accadere qualcosa di terribile, arriva con quasi tre anni di ritardo. Se invece è che Netanyahu conosceva il piano del 7 ottobre e decise di non impedirlo, Haaretz mette l’accusa nel titolo ma “dimentica” di fornire la prova.

Filippo Piperno

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