Grande commozione per la scomparsa di Emanuele Macaluso: il Presidente della Repubblica, suo corregionale, piange il “grande protagonista della storia del Novecento”. Il presidente emerito, Giorgio Napolitano, sottolinea il suo “impegno per un mondo più giusto”. Camera e Senato si fermano per un minuto di raccoglimento. Ma è l’eterno ragazzo ribelle, il giovane di 96 anni che qui vogliamo ricordare insieme con Paolo Franchi. Macaluso e Franchi firmarono Il Riformista tra il 2011 e il 2012.

Vorrei partire da qualche nota biografica. Il giovane Macaluso.
Veniva da una famiglia antifascista della piccola borghesia di Caltanissetta, la mamma faceva da mangiare per i braccianti che in seguito alle manifestazioni venivano arrestati, e da ragazzino Emanuele portava in carcere i panini. Si sentì subito coinvolto. A 17 anni prese la tessera del Pci, allora in clandestinità. E iniziò, con la Liberazione, a tenere comizi sindacali a favore di chi lottava per il diritto alla dignità.

E da lì a poco divenne dirigente sindacale.
Giuseppe Di Vittorio stava girando la Sicilia, si fermò a Caltanissetta e ascoltò, l’appassionato discorso in piazza di Emanuele. Lo chiamò da parte e gli disse: «Sei bravissimo, te la senti di lavorare per noi, per il sindacato?» e lui accettò su due piedi. Il giorno dopo divenne il rappresentante della Camera del lavoro, che era ancora unificata: c’erano comunisti, ma anche socialisti, cattolici, repubblicani, laici. Tutti guidati da lui, che aveva appena compiuto 24 anni.

Poi però fece il salto, diventando dirigente del Pci.
Lo individuò come quadro lo stesso Togliatti. Lo nominarono segretario regionale della Sicilia in tempi durissimi, quelli della strage di Portella della Ginestra. Diventato deputato regionale, fu il regista del “milazzismo”, una operazione rischiosa, che estromise la Dc dal governo per fare una maggioranza con i socialisti e i monarchici, col sostegno del Msi. Molti lo attaccarono ma Togliatti lo difese. E poi lo volle integrare nella direzione. Lo chiamò a Roma, gli assegnò una stanza a Botteghe Oscure, un ufficio piuttosto piccolo che il segretario della Sicilia doveva condividere con un giovane dirigente sardo.

Enrico Berlinguer?
Esattamente. E tra i due si saldò una amicizia fortissima. Berlinguer lo considerava di famiglia e nel tempo gli confermò una fiducia incrollabile. Quando subì un attentato, quello strano incidente in Bulgaria, nel quale il segretario del Pci lesse in controluce il Kgb, ne parlò in segreto con la moglie e con Macaluso. E nessun altro. Macaluso ha mantenuto il segreto fino all’ultimo: era di quella scuola, anche se aveva una apertura mentale e una sensibilità culturale autonoma, peculiare.

Che lo portò anche a dissapori con il Partito, se vogliamo tirare fuori qualche fatto personale…
Le donne. Gli amori di Emanuele furono diversi, era un libertario. La sua energia vitale non gli consentiva di rispettare quella condotta monogama alla quale nel Pci si teneva, almeno ufficialmente. Emanuele nella Sicilia appena liberata finì in carcere sei mesi – lui, che aveva sfidato il fascismo facendo politica in clandestinità – per adulterio e pubblico concubinaggio. E poi ebbe anche un secondo problema giudiziario, perché il marito della donna con cui lui aveva una relazione intentò un processo penale che fece gridare allo scandalo.

Da quella vicenda si consumò un primo strappo, diciamo di sensibilità culturale?
Non sopportava il moralismo del Partito di allora. Era allergico a tutti gli atteggiamenti conservatori. Ma dopo una prima reprimenda, Botteghe Oscure decise di difenderlo. Lo mandarono in Emilia, in un appartamento sicuro, per nascondersi in casa di una famiglia di militanti. Giorgio Amendola prese il caso a cuore, gli procurò uno dei migliori avvocati dell’epoca, Adolfo Gatti. E mentre Emanuele era al riparo, Gatti trovò un precedente da far valere per farlo assolvere.

Un’esperienza che contribuì a farne il Macaluso che è poi diventato.
Sì, dal punto di vista dell’amore per la libertà e del garantismo. Ma ha anche capito che il Partito era la sua grande famiglia, un unicum di difesa degli ideali e dei diritti, una macchina insostituibile per tradurre le idee in prassi, in riforme. E l’idea di dover insistere su un forte impianto riformista lo ha accompagnato tutta la vita. Senza i paletti che altri avevano, tra i dirigenti comunisti.

Lui si legò a Napolitano e ad Amendola. Come nacquero i miglioristi?
Fu vicino a Napolitano da sempre, ma attenzione: Macaluso fu prima di tutto togliattiano. Andò a Mosca con Togliatti e ne sostenne l’azione. Era un solido dirigente del Pci, uno che non dava credito a tesi eresiache, a salti in avanti, men che meno a ipotesi di scissione. Quando Amendola dava battaglia nella segreteria di Botteghe Oscure, Emanuele non lo seguiva. Si legò invece a Paolo Bufalini e assunse un suo punto di vista, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta.

Sdoganò l’aggettivo riformista. Ne fece un riferimento ideale fin dagli anni Settanta?
Leggeva con attenzione quel che arrivava sulla politica francese e tedesca. Guardava ai grandi partiti socialisti e socialdemocratici europei, e aveva interlocutori di primo piano tra i socialisti italiani. Iniziò a parlare della necessità di creare un fronte riformista di tipo europeo.

Qualche nome, tra i socialisti con cui si confrontava?
Rino Formica, un suo fratello mancato. Erano sempre in contatto, sempre al telefono. Ma anche Lombardi, Pertini, De Martino, Giugni, Fortuna. La spina dorsale dei socialisti italiani. Con Bettino Craxi parlò una sola volta, mi disse. Alla Camera, creando intorno a loro un capannello. C’erano molti che lo accusavano di flirtare con il craxismo, non fu così. Lo studiava, lo vedeva come un giovane atipico, un milanese rampante. Diverso dai suoi predecessori.

Il destino li ha voluti unire, sul calendario. Sono morti tutti e due lo stesso giorno, il 19 gennaio.
È vero. I casi della storia. Con Craxi non ci fu mai una grande intesa, avevano un approccio diverso alle cose. Ma nessuna demonizzazione. Craxi aveva da poco ottenuto la segreteria del Psi al Midas quando arrivò l’agosto 1979, e ci fu un caso che lo mise in crisi.

Cosa successe?
Era agosto, Botteghe Oscure chiudeva per ferie. Ma un dirigente a turno doveva rimanere al chiodo, “di guardia”, come si diceva. Lo andò a trovare un giornalista de Il Mondo e gli chiese una intervista, Emanuele si lasciò andare e parlò a ruota libera. Disse che nei suoi sogni il Pci e il Psi avrebbero dovuto formare un unico soggetto, un grande partito riformista come in Europa. Apriti cielo. Intervenne Berlinguer. Antonio Tatò, capo della comunicazione, fece una nota molto dura in cui si precisava che «Il compagno Macaluso parla a titolo strettamente personale e il suo pensiero non rispecchia quello del Partito». Una sconfessione in piena regola.

Andiamo al 1984. Muore Berlinguer, Macaluso tira la volata a Napolitano come segretario?
Sfaterei questo mito. Non andò così. Macaluso pensava che fosse il caso di dare seguito alle idee di Berlinguer e promuovere una nuova leva. Chiese a diversi suoi coetanei di fare un passo indietro. A quel punto fu Armando Cossutta a proporre Napolitano per la segreteria, che poi un accordo non ambizioso finì per assegnare ad Alessandro Natta. Emanuele in cuor suo pensava a Claudio Petruccioli.

Come visse poi la svolta della Bolognina?
Con favore, perché fu sempre un innovatore, ma voleva vederci chiaro. Qual è l’approdo, quale il progetto riformatore, chiedeva. Ad Occhetto non volle firmare cambiali in bianco. E verso la classe dirigente dei Ds fu tiepido. Voglio essere elegante, in questo ricordo: limitiamoci a dire che D’Alema e Veltroni non lo convinsero mai del tutto, ecco.

Riformista con lo sguardo nel futuro, ma scettico verso il Pd. Perché?
Lo ha scritto in due libri, tra i quali Da Cosa non nasce cosa, che abbiamo scritto a quattro mani io e lui, nel 1997, e poi Capolinea, titolo dedicato proprio al progetto del Pd. Diceva che non si può fare un viaggio se non si sa dove si vuole arrivare. E che la tradizione comunista, quella socialista, quella dei laici, quella democratico cristiana sono culture diverse che non si possono mettere insieme con leggerezza. Vedeva nel Pd il tentativo ibrido di fare un partito governista “purché sia”, senza una identità chiara. E i fatti si stanno incaricando di dargli ragione.

Di questi ultimi tempi, cosa diceva? Come giudicava il governo Conte, l’abbraccio tra Pd e M5S?
Diceva cose irripetibili, lasciamo stare. Ma basate su una riflessione seria sul populismo che per Emanuele era la messa a nudo della distanza diventata incolmabile tra sinistra e popolo. E riprova della distanza tra politica e cittadini, con la prima che deroga alla sua funzione di guida per interpretare quella di chi vellica la pancia dell’elettorato.

Quali eredi lascia, e quale eredità?
Una ricchissima eredità morale, storica, culturale e politica di cui però fatico a vedere gli eredi.