Il raddoppio del prezzo della benzina acquistata con la carta dei distributori, passato da 5000 a 10.000 toman al litro, ha spinto la Repubblica islamica a militarizzare preventivamente le città iraniane. Da Teheran a Mashhad, fino a Isfahan, Shiraz e Tabriz, cittadini hanno segnalato milizie sciite di paramilitari armati, fatti affluire da ogni angolo del Medio Oriente, che stanno affiancando forze speciali e miliziani Basij intorno alle stazioni di servizio e in ogni angolo delle piazze dei centri urbani del paese. In alcune località sono comparsi mezzi pesanti e posti di blocco; contemporaneamente internet ha subito forti rallentamenti.

Il regime teme proteste simili a quelle del novembre 2019, quando il rincaro del carburante innescò manifestazioni soffocate nel sangue con circa 1500 morti, migliaia di arresti e il blocco nazionale di internet. Le quote agevolate restano invariate, ma si registrano distributori chiusi, lunghe file e rifornimenti limitati. La popolazione teme che l’aumento vertiginoso si propaghi ad alimenti primari, affitti e altre spese essenziali.
Ma la repressione non si misura soltanto nella presenza di forze armate per strada. Continua nelle carceri, nelle camere degli interrogatori e sui patiboli. Nel 2026 le impiccagioni eseguite in Iran sono già almeno 1050. Solo lunedì all’alba altri quattro giovani sono stati messi a morte nelle prigioni di Rafsanjan, Shiraz, Semnan e Gorgan. Tra loro c’era Valijan Nourzay, cittadino afghano di 29 anni con disabilità motoria. È stato impiccato nel carcere centrale di Rafsanjan mentre si trovava su una sedia a rotelle. Aveva perso l’uso delle gambe tre anni prima dopo essere stato colpito dalla polizia durante l’arresto. Condannato per presunto omicidio premeditato era stato torturato affinché confessasse reati mai commessi. Né la disabilità né le condizioni in cui è stata estorta la confessione hanno fermato l’esecuzione.

Alireza Sepahi, 26 anni, rischia di essere nuovamente condotto al patibolo. Alcune settimane fa, terrorizzato dall’imminente impiccagione, aveva avuto un’ischemia poco prima dell’esecuzione. Trasferito in ospedale, è stato riportato in carcere non appena le sue condizioni sono migliorate. Si trova di nuovo in isolamento nel braccio della morte: guarito non per essere restituito alla vita, ma per essere riconsegnato al boia. La condanna a morte incombe anche su Ali Zarei, giovane manifestante sopravvissuto alla rivolta “Donna, Vita, Libertà”. Durante la repressione gli agenti gli avevano già distrutto un occhio; ora il Tribunale rivoluzionario di Teheran lo ha condannato per “corruzione sulla terra”. È detenuto nella prigione di Qezel Hesar. Davanti ai giudici ha dichiarato di avere sacrificato il proprio occhio per la libertà dell’Iran. Secondo il suo racconto, un magistrato gli avrebbe risposto che le autorità erano felici di avergli sparato. Il processo sommario trasforma così una vittima della violenza di Stato in un condannato alla forca. Lunedì è stato impiccato anche Erfan Mirzaei, giovane rapper arrestato durante le proteste antigovernative di gennaio. È stato messo a morte nella prigione di Dastgerd, a Isfahan. Cantava libertà e speranza: attività divenute, nella Repubblica islamica, una colpa punibile con la morte. Il regime ha cancellato in un’alba la sua voce, la sua arte e il suo futuro.

Altrettanto sconvolgente è la vicenda delle gemelle Taraneh e Romina Rahimi, appena ventenni, arrestate a Isfahan per avere manifestato contro il regime. Le forze di sicurezza avrebbero fatto irruzione nella loro casa di notte, legandole mani e piedi, coprendo loro la testa con sacchi e trascinandole in un luogo segreto per quattro mesi. La madre le cercò invano davanti a tribunali, ospedali e prigioni. Quando riuscì a incontrarle nel carcere di Dowlatabad, entrambe avevano il volto gonfio e coperto di lividi; parte dei capelli era caduta o sarebbe stata strappata. Taraneh ha raccontato che dall’isolamento sentiva le urla e il pianto della sorella mentre veniva torturata e violentata. Durante gli interrogatori, i pasdaran avrebbero colpito ripetutamente il ginocchio di Taraneh, già operato, minacciando di aggredire sessualmente Romina se non avesse firmato confessioni estorte. Un sanitario del carcere le avrebbe detto che, dovendo comunque morire, non faceva differenza se con una gamba sana o spezzata. Oggi Taraneh rischia l’impiccagione, mentre Romina è stata condannata a 25 anni di prigione.

La repressione continua a uccidere anche dopo che gli spari sono cessati. Danial Karimi, padre del diciannovenne Amir Mohammad, atleta ucciso durante le proteste di gennaio, si è tolto la vita. Pochi giorni prima si era suicidata anche Aida Heydari, 25 anni, promessa sposa di Abolfazl Soleimani Al-Mouti, anch’egli ucciso dalle forze di sicurezza. Si sarebbe dovuta sposare questo mese. Il trauma colpisce famiglie, ex detenuti, torturati e attivisti, spesso senza sostegno psicologico. Le dittature non uccidono soltanto con proiettili e corde: lasciano una devastazione mentale che continua a mietere vittime. Sul fronte esterno, Teheran minaccia una “guerra economica”, nuovi attacchi missilistici e una zona di esclusione marittima nel Golfo Persico. L’Iran sostiene di avere lanciato missili contro unità statunitensi, mentre Washington nega che le sue navi siano state colpite. Gli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita accrescono il rischio di un conflitto regionale. Dopo sei mesi di guerra, le offensive americane hanno indebolito le capacità convenzionali e aggravato la crisi economica, senza però far cadere il regime, che reagisce intensificando il controllo interno e la repressione.