Il New York Times ha pubblicato una video inchiesta giornalistica sui massacri di Bucha, il sobborgo alle porte di Kiev liberato dai russi in ritirata nei primi giorni di aprile. Le immagini dei cadaveri in strada avevano fatto il giro del mondo e rappresentato un punto di ulteriore escalation nella violenza della guerra in Ucraina. Erano sorte anche delle teorie complottiste sulla veridicità di quelle immagini e sulle responsabilità del massacro.

Il quotidiano statunitense ricostruisce tramite prove fotografiche e video (realizzate anche con droni) una delle tante esecuzioni che Kiev attribuisce all’esercito russo e che si sarebbe consumata il 4 marzo. La fase è quella iniziale, pochi giorni dopo l’“operazione speciale” di “smilitarizzazione” e “denazificazione” lanciata dal presidente russo Vladimir Putin il 24 febbraio. Bucha è uno di quei sobborghi alle porte di Kiev dove i russi erano arrivati per provare a portare l’assedio – poi fallito – della capitale Kiev.

L’inchiesta del Nyt si basa sulle immagini registrate dalle telecamere di sicurezza di cui sono entrati in possesso i giornalisti. Si vedono le forze paracadutiste del 104° e 234° reggimento d’assalto aviotrasportato che catturano nove uomini nei pressi di un edificio destinato ad uffici e che l’esercito invasore stava utilizzando come propria base. I prigionieri sono civili che, dall’inizio dell’invasione e con l’introduzione della legge marziale per i cittadini maschi tra i 18 e i 60 anni, hanno deciso di unirsi all’esercito nazionale per opporsi all’invasione.

La ricostruzione del quotidiano americano mostra come gli uomini siano stati condotti in un cortile posteriore dell’edificio: i soldati russi li hanno fatti marciare sotto il tiro dei fucili. I prigionieri hanno le mani sulla testa o camminano ingobbiti. In un altro video si sente la voce di chi riprende contare 8 persone stese a terra. Le immagini si fermano qui ma un altro video, girato da un drone il giorno dopo, ha ripreso dei cadaveri a terra accanto all’edificio e due soldati di guardia vicino ai corpi. Uno di questi ha una maglia blu e si tratterebbe secondo il giornale di uno dei prigionieri inquadrati nelle immagini precedenti.

 

Secondo la ricostruzione del Nyt i prigionieri, disarmati, sono stati fucilati uno a uno con le mani legate come in un’esecuzione. Solo uno si è salvato: sarebbe sopravvissuto in quanto i proiettili non lo hanno colpito alle viscere, si è finto morto ed è fuggito quando i russi se ne sono andati. “I giornalisti – si legge – hanno raccolto video inediti del giorno dell’esecuzione, alcune delle (finora) uniche prove per tracciare i movimenti finali delle vittime. Il Times ha perlustrato i social media alla ricerca di segnalazioni di persone scomparse, ha parlato con i familiari delle vittime e, per la prima volta, ha identificato tutti gli uomini giustiziati”. I cadaveri sarebbero stati ritrovati dopo un mese, a seguito del ritiro delle forze russe concentrate nell’Est del Paese. Per il quotidiano si tratta della “prova più evidente” che i prigionieri fossero stati catturati dalle truppe russe prima di essere giustiziati.

L’avvocato statunitense Stephen Rapp, ex ambasciatore generale presso l’Ufficio di giustizia penale globale, ha osservato come si tratti di “tipo di incidente che potrebbe diventare un valido motivo per perseguire i crimini di guerra” e che “oltre ai soldati che hanno sparato agli uomini, i loro comandanti potrebbero essere accusati se fossero stati a conoscenza delle uccisioni e non avessero agito per prevenire o punire quella condotta”. La Corte Penale Internazionale dell’Aia sta indagando sui massacri di civili durante l’occupazione russa delle città ucraine. Le autorità russe sostengono che le esecuzioni della popolazione civile a Bucha sono una messa in scena e una provocazione da parte del governo di Kyiv e dei suoi alleati occidentali. Il Ministero della Difesa ed il Ministero degli Esteri russo non hanno risposto a una richiesta del New York Times di commentare i risultati dell’indagine.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.