L’11 novembre 1987 otto persone scomparvero dentro l’aula bunker
Maxiprocesso, i 35 giorni che fecero la storia: la ‘pace’ augurata dal ‘papa’ Greco, lo yoga, la sentenza e il relax con Renzo Arbore. Poi la vendetta e le stragi
Dietro le quinte della sentenza del secolo: dall’aula bunker alle stragi del ‘92. 40mila pagine19 ergastoli, le lacrime dei sei giudici popolari e la guerra che cominciò dopo la sentenza
Trentacinque giorni di camera di consiglio, un’ora e venti di dispositivo, diciannove ergastoli. Poi il palazzo dei veleni, la Cassazione del 1992, e la vendetta di Cosa Nostra: Lima, Capaci, via D’Amelio. Nelle battute finali del dibattimento, Michele Greco domandò la parola. Il «Papa» di Ciaculli, che per tutto il processo aveva ostentato la formula «la violenza non fa parte della mia dignità», si rivolse a mio padre con la voce del patriarca: «Le auguro la pace, presidente. La pace è la tranquillità dello spirito, della coscienza. E che questa pace l’accompagni per il resto della sua vita». L’Italia intera vi lesse una minaccia di morte in codice. Mio padre, che pure il codice aveva riconosciuto, ne diede sempre una lettura diversa: non un avvertimento alla Corte, ma la rivendicazione di supremazia di chi parlava — da capo implicito di Cosa Nostra — a nome di tutti i detenuti. Lo stesso riflesso per cui Giovanni Bontate si era alzato a proclamare l’estraneità della consorteria all’omicidio del piccolo Claudio Domino, senza accorgersi che, parlando per l’organizzazione, ne ammetteva l’esistenza. Forse aveva ragione la stampa, forse lui. Di certo quelle parole pesavano nell’aria quando la Corte si ritirò. L’11 novembre 1987 otto persone scomparvero dentro l’aula bunker. Due magistrati e sei cittadini — un’impiegata, insegnanti, gente comune — si chiusero in camera di consiglio con quarantamila pagine di atti e i destini di quattrocentosettantacinque imputati. Per l’occasione era stata fatta persino una legge ad hoc sui giudici supplenti. Restarono segregati trentacinque giorni. Per trentacinque giorni io non vidi mio padre.
Di quella clausura so quello che mi raccontò dopo. So che dentro non c’erano gerarchie: il voto di Lidia Mangione o di Luigi Mancuso valeva esattamente quanto quello del presidente, e mio padre — che aveva il dono di tradurre i tecnicismi in buon senso — organizzò i lavori perché ognuno potesse dire la sua fino in fondo. So che gli scontri ci furono, com’è giusto: i collegi esistono perché le opinioni si battano, ripeteva. E so come resse fisicamente: con lo yoga che praticava da giovane, gli esercizi di respirazione, la corsa in un triangolino d’aria aperta ricavato tra il cemento armato. Il presidente del processo del secolo che corre in tondo in un cortiletto di pochi metri, respirando a tempo: non c’è immagine che dica meglio che cosa fu quella prova. Ma il punto decisivo di quei trentacinque giorni fu giuridico, e va detto con precisione perché è qui che si gioca tutta l’eredità del maxiprocesso. La Corte si rifiutò di fare dell’erba un fascio. Non recepì il cosiddetto teorema Buscetta come un blocco: lo smontò e lo verificò posizione per posizione, imputato per imputato, omicidio per omicidio, persino all’interno della commissione, distinguendo le responsabilità individuali dei singoli capi in relazione ai singoli delitti. Un lavoro analitico immane, che produsse anche centoquattordici assoluzioni. Sì: il processo simbolo della lotta alla mafia assolse più di cento imputati, e proprio per questo le condanne pesarono come macigni. La giustizia che distingue è l’unica che condanna davvero.
Il 16 dicembre 1987, in diretta televisiva davanti a dodici milioni di italiani, mio padre lesse il dispositivo. Un’ora e venti minuti, a una velocità impressionante, sorretto — anche lì — dalla respirazione imparata dallo yoga. Lui e Grasso avevano la barba lunga della clausura. Dalle gabbie gli imputati, spaesati dal lessico tecnico e dalla rapidità, chiedevano ai difensori: «Come è andata a finire?». Era andata a finire così: diciannove ergastoli, praticamente l’intera cupola; trecentosessanta condanne; duemilaseicentosessantacinque anni di reclusione; undici miliardi e mezzo di multe. Per la prima volta nella storia d’Italia, l’articolo 416 bis usciva dalla carta e diventava cosa giudicata in formazione: l’esistenza di Cosa Nostra — unitaria, verticistica, sanguinaria — non era più una tesi sociologica ma un fatto processualmente accertato. Quando i sei giudici popolari uscirono dall’aula, alcuni piangevano. Avevano compiuto il loro dovere civico al prezzo di trentacinque giorni di reclusione volontaria e di una vita che non sarebbe più stata la stessa: qualcuno dovette lasciare Palermo, Luigi Mancuso affidò quei giorni a un libro di memorie e poi scelse il silenzio. La retorica ha celebrato — giustamente — i magistrati; ha dimenticato questi sei italiani che condannarono la cupola senza toga e senza nemmeno una targa. Mio padre li considerò per sempre compagni di un’impresa; loro, per anni, ogni volta che lo incontravano, lo ringraziarono per come li aveva guidati.
Quella sera lo rivedemmo arrivare nella nostra via con tredici, quattordici macchine di scorta, i vicini affacciati ai balconi. Lo abbracciammo dopo cinque settimane. E poi, mentre il mondo intero commentava la sentenza del secolo, il presidente della Corte fece una cosa sola: si sedette in poltrona a guardare Renzo Arbore in televisione. Diceva che ci voleva leggerezza per sopportare il peso della giustizia. In casa nostra — dove per sua regola si parlava soltanto italiano, mai una parola di dialetto o di gergo, perché la lingua, come la giustizia, esige esattezza — quella serata qualunque fu la più solenne delle celebrazioni. Le celebrazioni vere, quelle istituzionali, arrivarono da Roma e da Milano: telegrammi dai vertici dello Stato, prime pagine in mezzo mondo, il New York Times in testa. Da Palermo, no. Mio padre assaggiò presto l’amarezza di non essere profeta in patria: dal palazzo di giustizia della sua città non giunsero congratulazioni, giunse una convocazione. Il presidente della Corte d’Appello, Carmelo Conti, lo sollecitò — un richiamo informale, ma un richiamo — a depositare in fretta le motivazioni. In fretta: settemila pagine in trentasette volumi, da scrivere a quattro mani con Grasso, per centinaia di posizioni e migliaia di capi d’imputazione, sapendo che ogni riga sarebbe stata passata al setaccio nelle impugnazioni. Oggi conosco giudici che impiegano novanta giorni per motivare un patteggiamento. Mio padre e Grasso furono massacrati di lavoro e di pressioni, in quel «nido di vipere» — la definizione è di Borsellino — dove chi combatteva la mafia trovava più ostacoli che alleati. Sono convinto che il conto di quei mesi mio padre lo abbia pagato con la salute: anni dopo, a Parigi, i medici che lo ricoverarono d’urgenza per il cuore parlarono di una sofferenza «ancienne», antica. Lo stress non prescrive.
In quel deserto una voce si levò, e valeva per tutte. Giovanni Falcone dichiarò al Corriere della Sera: «Alfonso Giordano merita tutto il rispetto della società. In condizioni difficilissime è riuscito a resistere agli attacchi a lui rivolti durante il processo». E aggiunse, con l’ironia amara di chi sapeva: «Se questi sono i professionisti dell’antimafia, bisognerebbe onorarsi di avere questo tipo di protagonisti». Il tributo di un combattente a un altro combattente. Lo stesso Falcone, la sera della sentenza, aveva avvertito: questa è una battaglia vinta, non la guerra. E Borsellino: ora viene il difficile. Il difficile aveva un nome preciso: Cassazione. In appello la sentenza era stata in parte ridimensionata, secondo una lettura più restrittiva; il vero terrore, però, era la prima sezione penale della Suprema Corte, quella dell’«ammazzasentenze» Corrado Carnevale, dove i processi di mafia andavano tradizionalmente a morire di formalismo. Con il criterio della rotazione dei presidenti, il ricorso approdò a un collegio presieduto da Arnaldo Valente. Il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò l’impianto della sentenza di primo grado: diciannove ergastoli su diciannove, trecentoquarantaquattro condanne su trecentosessanta. Il teorema non era un teorema: era una sentenza definitiva. Cosa Nostra esisteva, per sempre, anche per lo Stato italiano.
Fu la sua condanna e la nostra. Perché Cosa Nostra, che con lo Stato aveva sempre trattato, comprese di essere stata tradita nel suo patto più profondo — quello per cui, alla fine, in Cassazione si aggiustava tutto. La risposta fu una dichiarazione di guerra: il 12 marzo 1992 fu ucciso Salvo Lima, l’uomo che quel risultato avrebbe dovuto garantire e non garantì; il 23 maggio saltò in aria l’autostrada a Capaci, con Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta; il 19 luglio via D’Amelio inghiottì Borsellino e cinque uomini della sua tutela; in settembre toccò a Ignazio Salvo. Le stragi non furono una follia: furono il compimento e la vendetta del maxiprocesso, l’ammissione — scritta col tritolo — che in aula la mafia aveva perso. Io ero ormai studente di giurisprudenza a Milano. La notizia di Capaci mi raggiunse nella casa di via Gaudenzio Ferrari, e la prima telefonata fu per sapere di mio padre. La sera di via D’Amelio ero a Roma, da amici, davanti a un film: la televisione disse soltanto che era stato ucciso un magistrato con la scorta al centro di Palermo. Noi abitavamo al centro di Palermo. Chiamai il cellulare di mio padre: muto. Casa: nessuno. Per un’ora e mezza vissi in un tempo sospeso che non auguro a nessuno; poi si seppe che era Borsellino, e provai quel sentimento doppio di cui ancora mi vergogno e che è la cosa più umana che io possa confessare: il dolore, e il sollievo che non fosse lui. La scorta fu rinforzata: il pentito Gaspare Mutolo rivelò che il primo obiettivo dopo le stragi era proprio mio padre; poi i piani virarono su Grasso, perché mio padre era «saltuario» — nel linguaggio di chi lo pedinava: cambiava continuamente itinerario. Quelle deviazioni quotidiane che da ragazzo mi parevano un fastidio erano state, alla lettera, un salvavita.
I palermitani, che ci fermavano per strada atterriti, cambiarono coscienza in quei cinquantasette giorni: il consenso sociale della mafia cominciò a morire con Borsellino. Ma insieme, in quello stesso trauma, nacque qualcos’altro — un’antimafia nuova, emergenziale, muscolare, che avrebbe progressivamente smarrito proprio ciò che aveva reso invincibile il maxiprocesso: la serenità, l’equilibrio, la distinzione. Come quella vittoria fu dilapidata, e che cosa ne resta, è il tema dell’ultima puntata.
(3 — continua)
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