Senza riforme resta la poltrona
Meloni, il governo dei record con l’economica dei piccoli passi: legislatura più lunga ma crescita lentissima e famiglie povere
Il 4 settembre Meloni sarà a Bari per celebrare un primato che, se il governo resterà in carica fino a quel giorno, avrà un indubbio valore politico: diventerà l’esecutivo più longevo della storia della Repubblica, superando il secondo governo Berlusconi. Non è un risultato da liquidare con una battuta.
In un Paese che ha conosciuto governi spesso brevi, la stabilità è un valore. In un’Europa segnata da frequenti crisi politiche, il dato assume ancora più valore. Meloni ha dunque un titolo da rivendicare. Ma la durata è il contenitore, non necessariamente il contenuto. Bari è anche una scelta simbolica: la Puglia è un territorio difficile per il centrodestra e Antonio Decaro ha conquistato la Regione nel 2025 con quasi il 64 per cento dei voti, dopo il successo personale alle europee del 2024. Il punto debole resta il capitolo delle riforme.
L’autonomia differenziata è stata profondamente ridimensionata dalla Corte costituzionale; il premierato, definito dalla stessa Meloni «la madre di tutte le riforme», non ha completato il suo cammino; la riforma costituzionale della magistratura è stata bocciata nel referendum del marzo scorso. Su quest’ultima il governo ha caricato la separazione delle carriere di un impianto assai più vasto: due Csm, sorteggio dei componenti e Alta Corte disciplinare. Il No ha vinto con il 53,7 per cento.
È stato un errore politico trasformare una questione garantista in una prova di forza tra maggioranza e opposizione, governo e magistratura. Una precisazione storica è necessaria. La riforma Vassalli del 1988 introdusse il nuovo codice di procedura penale e il passaggio dal modello prevalentemente inquisitorio a quello accusatorio. Non realizzò la separazione delle carriere, ma costruì il processo sulla distinzione delle funzioni tra accusa e giudice. Quella cultura garantista non dovrebbe trasformare la giustizia in uno scontro istituzionale. Adesso c’è la legge elettorale. La Camera ha già approvato il nuovo sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento; il testo è passato al Senato. Cambiare le regole del voto verso la fine della legislatura è sempre delicato, mentre cresce l’astensionismo.
Una legge elettorale deve garantire governabilità, ma anche rappresentanza e uguaglianza del voto. Meloni beneficia però di un’opposizione ancora divisa su leadership e programma. Sul terreno economico il bilancio è più articolato. Il governo ha ereditato il pesante impatto sui conti del Superbonus e del Reddito di cittadinanza, poi sostituito, e ha dovuto affrontare guerra in Ucraina, crisi energetica e maggiori impegni per la difesa. Non è più corretto parlare del 2 per cento del Pil: nel 2026 il governo ha indicato alla Nato una spesa per difesa e sicurezza pari al 2,8 per cento. Il Pnrr non ha prodotto il miracolo che qualcuno immaginava, ma sarebbe ingeneroso considerarlo un fallimento: la sua efficacia dipenderà dalla capacità di trasformare le risorse in opere, innovazione e maggiore produttività. I dati descrivono un’economia che cresce, ma lentamente: nel secondo trimestre del 2026 il Pil è aumentato dello 0,2 per cento sul trimestre precedente, mentre a luglio l’inflazione è scesa al 2,8 per cento. Il problema, dunque, non è un’inflazione in aumento, bensì una crescita ancora troppo debole per sciogliere i nodi strutturali del Paese.
Resta la politica estera, dentro un quadro geopolitico instabile nel quale l’incertezza americana costringe l’Europa a interrogarsi sulla propria autonomia politica e militare. Le destre nazionali possono trarre consenso dalla paura e dal ritorno delle identità, ma proprio il nazionalismo rende più difficile costruire risposte comuni alle crisi globali. Il 4 settembre Meloni potrà festeggiare la durata. Dal giorno dopo resterà la domanda decisiva: non quanto a lungo abbia governato, ma quanto abbia cambiato l’Italia. La stabilità è un merito; senza riforme efficaci, rischia di diventare soltanto permanenza.
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