Le comunicazioni di Meloni alle Camere
Meloni l’equilibrista, il “si, ma” della premier che critica l’Europa senza però indicare una direzione. E sull’Ucraina: sì al sostegno, no a scorciatoie su adesione
Con l’Europa, ma non con questa Europa. Giorgia Meloni smussa solo di poco le spigolature verso Bruxelles. Qualche mese fa, si accollava il ruolo di pontiere con gli Stati Uniti di Donald Trump. Ora che il canale privilegiato con Washington è saltato e con la campagna elettorale alle porte, per la premier è essenziale far passare il suo personale impegno in politica estera come una voce in attivo del bilancio del suo governo. Può riuscirci. Viste la fluidità delle dinamiche internazionale, la condizione di incertezza permanente e la laconicità delle critiche che l’opposizione le rivolge. A una settimana dal prossimo Consiglio Ue del 18-19 giugno, Giorgia Meloni presenta in Parlamento le sue comunicazioni. Un documento con un retrogusto di multilateralismo e all’insegna del “sì, ma”.
Si parte con l’Ucraina, per cui la solidarietà italiana è «piena, convinta, concreta», dice Meloni. Ma il suo ingresso in Ue deve rispettare modalità e lista di attesa. Balcani e Moldavia non possono essere superati a destra. Roma è vicina a Kyiv. Perfino come bersaglio dei colpi bassi del Cremlino nella sua guerra cognitiva. Ma l’ipotesi di una fuga in avanti, di un qualsiasi Stato membro Ue, nel fare da mediatore con Mosca, dev’essere archiviata per sempre. I volenterosi, per quanto tali, non hanno portato a casa un gol. Il «coordinamento non significa delega», sottolinea la premier. Bensì «individuare una figura autorevole», che rappresenti tutta l’Ue. Non fa nomi Giorgia Meloni e non si possono nemmeno fare illazioni. L’europeista italiano ha sempre in mente Mario Draghi. Ma siamo nel pensiero magico. Del resto, chi altro c’è nel mazzo? Il finlandese Stubb?
Equilibrio anche sul tema Medio Oriente. «L’Italia non è parte del conflitto». Al contrario, è amica di tutti i Paesi coinvolti. Perfino dell’Iran, nei cui confronti si dovrà garantire la «natura esclusivamente pacifica del programma nucleare». E poi il Libano, nazione legata all’Italia da una «profonda amicizia», e Israele per cui si deve «ribadire chiaramente il diritto di esistere». Consapevole del clima di sospensione in cui si vive, Giorgia Meloni prepara le valigie per Evian, dove appena due giorni prima del Consiglio Ue si terrà il G7 – con Trump presente – e poi appunto per Bruxelles, con l’intenzione di valutare qualsiasi strada che apra a un timido principio di normalità.
Ha alternative la premier? No. Le conviene alzare la voce contro le istituzioni Ue? Nemmeno. Ciò non toglie che Meloni si concede la soddisfazione di ribadire che un’Europa così, burocratica e rigida, non può farcela. Lo afferma in chiave economica. Ora che con Confindustria è tornato l’amore e la produzione industriale cresce, ci tiene a ricordare gli errori commessi a Bruxelles. Lo conferma sul tema Difesa. «L’Italia si presenta con un 2,8% del Pil investito in Difesa e sicurezza, segnando un aumento dello 0,71%». A questo “do” va fatto seguire un “des”. Quindi nucleare, revisione degli Ets e nessun intervento sulle spese della Pac, della pesca e della coesione. Nel momento in cui è in corso il dibattito sul nuovo bilancio Ue (2mila miliardi di euro per il settennato 2028-2034), Roma ci tiene a dire che «nuove priorità chiamano nuove risorse». In pratica, non si possono realizzare carri armati a spese degli agricoltori. Perché i primi sparano, d’accordo, ma i secondi votano.
Laconiche quindi le critiche dell’opposizione. Schlein la accusa di fallimento. Conte sostiene che sia fuori dai giochi, con un implicito riferimento all’ultimo summit dei volenterosi. Solo la volgarità delle parole del deputato 5 Stelle Silvestri – sulle ginocchiere – emergono agli onori della cronaca. Certo, non un atteggiamento costruttivo.
© Riproduzione riservata







