Ogni settembre la Stazione Centrale scarica su Milano la solita migrazione di trolley e ventenni, e ogni ottobre le grandi società di consulenza aprono la stagione dei colloqui nelle sedi di Porta Nuova. Milano ha fatto per trent’anni una promessa semplicissima e per questo credibile: qui si entra. Non si arriva già affermati, si arriva per cominciare. Quella promessa oggi ha un problema, e il problema ha una fonte inattesa, americana e per ora quasi ignorata in Italia. Ad agosto il Digital Economy Lab di Stanford ha rimesso mano a un lavoro che l’anno scorso aveva fatto rumore per qualche giorno e poi era scivolato via. Si chiama “Canaries in the Coal Mine?”, lo firmano Erik Brynjolfsson, Bharat Chandar e Ruyu Chen, e lavora su una materia prima che noi non abbiamo: i registri delle buste paga di ADP, il maggiore operatore americano di payroll, milioni di lavoratori osservati mese per mese. La revisione di agosto non conferma soltanto la versione precedente, ma l’aggrava. E se si prova a posarla sulla struttura occupazionale milanese, il quadro che ne esce merita più attenzione di quanta ne abbia ricevuta finora.

Occorre una premessa: non si vede alcun dislocamento occupazionale generalizzato. L’economia americana non ha perso posti di lavoro per colpa dell’intelligenza artificiale, e chi racconta l’apocalisse sta raccontando qualcos’altro. Vale anche per noi: nessuno si aspetti di leggere in Camera di commercio un tracollo dell’occupazione milanese, perché non accadrà. Stiamo parlando però di un fatto più stretto e per certi versi più preoccupante. I lavoratori fra i ventidue e i venticinque anni impiegati nelle occupazioni più esposte all’intelligenza artificiale si trovano oggi circa diciannove punti sotto il livello a cui sarebbero arrivati se avessero tenuto il passo dei coetanei nei mestieri meno esposti. Un anno fa il divario stimato era attorno a tredici punti. Continua ad allargarsi, e la serie arriva a metà 2026. Sono le età dei ragazzi che in questi giorni riempiono le aule della Cattolica, della Bocconi, dello Iulm e del Politecnico convinti che la parte difficile sia laurearsi.

Un altro dato spiega perché la cosa sia rimasta invisibile: l’aggiustamento passa dalle assunzioni, non dagli stipendi. Nessuno viene licenziato, nessuno viene pagato meno. Semplicemente si smette di far entrare. È una sottrazione silenziosa, di quelle che a Milano non producono vertenze né cortei, perché chi non è stato assunto non ha un luogo dove protestare e nemmeno una categoria che lo rappresenti. Un ultimo elemento dice dove guardare: il calo si concentra dove la macchina sostituisce compiti umani, non dove li affianca. Dove l’intelligenza artificiale amplifica il lavoro della persona, i giovani continuano a entrare. Lo studio di Stanford misura, non proietta, e lo fa su dati americani. In Italia un’infrastruttura statistica capace di vedere la stessa cosa con la stessa risoluzione non esiste: le nostre rilevazioni fotografano le intenzioni di assunzione delle imprese, non il flusso reale dei contratti mese su mese. Il che significa che se il fenomeno stesse accadendo anche a Milano, ce ne accorgeremmo con anni di ritardo. E significa che le percentuali che già circolano da mesi sui tagli italiani agli ingressi junior quasi sempre risalgono a citazioni di seconda mano di rilevazioni vecchie.

La domanda – a questo punto – è scomoda: se il meccanismo attraverserà l’Atlantico, e ci sono molte ragioni per pensare che lo farà, dove toccherà terra per primo? La risposta è fisiologica. L’esposizione non è distribuita a caso sul territorio, segue le economie; e i settori che il paper classifica come più esposti sono la consulenza, la revisione contabile, gli studi legali d’affari, le agenzie di comunicazione, l’editoria, i servizi finanziari, la ricerca di mercato. Cioè l’elenco quasi completo di ciò che Milano è diventata nei decenni dopo aver smesso di produrre beni. Torino, Bologna, Napoli hanno un’economia più mescolata, e quel mescolamento le protegge. Milano ha scelto la specializzazione, l’ha fatta bene, ci ha costruito trent’anni di attrattività, di redditi formidabili. Il rovescio è che una monocoltura del lavoro cognitivo è vulnerabile a uno shock che colpisce esattamente il lavoro cognitivo, e lo colpisce nel punto in cui la filiera è più fragile: il primo anno di carriera. La città che ogni settembre riceve decine di migliaia di ventenni perché qui c’è la porta d’ingresso, rischia di scoprire che la porta si è fatta stretta mentre la fila continuava ad allungarsi.