Estate Riformista
Milano Fashion Week, quando la passerella deve salvare il marchio
Prada anticipa, Gucci deve convertire il desiderio in vendite, Moschino cerca nella crisi una nuova identità. Prima ancora delle collezioni, il calendario della Milano Fashion Week ha già assegnato a ciascuno il proprio compito
Il calendario della prossima Milano Fashion Week è ancora provvisorio, mette le mani avanti la Camera della Moda, ma possiede già la spietata sincerità della selezione all’ingresso del party più esclusivo della città. Un elenco blindato di nomi e orari che stabilisce immediatamente le gerarchie: chi entra dalla porta principale, chi viene chiamato d’urgenza per restituire desiderabilità a un marchio e chi, quando buyer e giornalisti saranno già in viaggio verso Parigi, riceverà soltanto una notifica per ricordarsi di esistere dentro lo schermo di un telefono.
Dal 22 al 28 settembre sfileranno le collezioni Primavera/Estate 2027, ma non occorre aspettare gli abiti per intuire il tema della settimana. Prima delle lunghezze e dei colori, Milano ha già distribuito la sua risorsa più preziosa: l’attenzione. Non si tratta di opporre immagine e prodotto, come se la moda avesse mai potuto fare a meno dell’una o dell’altro. Il punto è capire se la passerella serva ancora ad aggiungere valore a ciò che mostra oppure se l’abito sia diventato il costo di produzione necessario a mantenere in funzione la fabbrica delle immagini. Per la prima volta sarà Prada ad aprire la settimana, martedì 22 settembre alle due del pomeriggio. Nel piccolo principato della moda persino spostare una sedia può assomigliare a un incidente diplomatico: il marchio, che abitualmente sfilava il giovedì, conquista così il giorno zero e impedisce a Milano qualsiasi riscaldamento preliminare. Si comincia subito dal nome che tutti avrebbero comunque aspettato.
La giornata inaugurale accosterà tre dimensioni molto diverse. Prada darà il tono alla settimana, Vogue World trasformerà la Galleria Vittorio Emanuele II nel palcoscenico più fotografato della città e Vivetta Ponti presenterà Venerdì Pomeriggio, il progetto con cui ha scelto di ripartire da capsule ridotte, materiali inutilizzati e produzione interamente italiana. Una grande maison che anticipa il proprio ingresso, un evento costruito per viaggiare nel mondo attraverso le immagini e una designer che prova a ricominciare riducendo dimensioni e rumore. Tre risposte alla stessa domanda: di quanto spazio ha ancora bisogno la moda per riuscire a farsi desiderare?
Venerdì 25 settembre sarà invece il giorno del giudizio per il debutto più spiato e rischioso dell’anno: quello di Loris Messina e Simone Rizzo alla direzione creativa di Moschino. Una scelta tutt’altro che casuale. Franco Moschino aveva costruito il marchio utilizzando gli stessi strumenti del lusso — il tailleur, il logo, la sfilata, la boutique — per ridicolizzarne il conformismo e l’ossessione per lo status. Metteva in scena la contraddizione di un sistema capace di trasformare in merce persino la propria critica. Dopo di lui, Moschino ha conservato soprattutto la spettacolarità di quel linguaggio, traducendo spesso la satira in riconoscibilità pop. Messina e Rizzo sono chiamati a recuperare ciò che nel passaggio si è attenuato: non la battuta applicata al vestito, ma il pensiero che la rende necessaria. È il terreno sul quale i due designer hanno costruito Sunnei, il marchio indipendente fondato a Milano nel 2015, trattando la passerella come un dispositivo da sabotare. Il loro arrivo suggerisce una continuità di metodo con Franco Moschino, ma avviene proprio quando quel metodo deve assolvere una funzione assai meno poetica: aiutare un’azienda in difficoltà a tornare desiderabile. Il 19 giugno Aeffe, il gruppo italiano proprietario di Moschino, comunica l’uscita di Adrian Appiolaza, direttore creativo della maison dal gennaio 2024. Il 21 affida il marchio a Messina e Rizzo e il 23 aggiorna il mercato sulla composizione negoziata della crisi. Soltanto quarantotto ore separano la promessa di «rafforzare Moschino e sostenerne la crescita» dal promemoria sulla ristrutturazione. Appare difficile, dunque, non leggere la nomina anche come parte della risposta industriale alla crisi.
La vicenda è più interessante della consueta favola dell’indipendenza assorbita dal grande capitale. I fondatori di Sunnei — la cui società era stata dichiarata in liquidazione giudiziale appena un mese prima — entrano in un gruppo in ristrutturazione per rilanciarne il marchio più riconoscibile. Non è Davide comprato da Golia: sono due fragilità che provano, insieme, ad assumere la forma di una strategia. Tra la nomina e il debutto trascorreranno novantasei giorni, abbastanza per concepire una sfilata, pochissimi per rifondare prodotto, filiera e distribuzione. È ragionevole aspettarsi una collezione costruita negoziando con quanto la macchina aziendale aveva già messo in moto — sviluppo, competenze interne, archivio e categorie commerciali — e innestandovi pochi gesti abbastanza netti da dichiarare il cambio di direzione. Il debutto dirà meno sul Moschino futuro che sulle urgenze individuate in tre mesi. Quello di Moschino sarà, in ogni caso, soltanto il secondo atto di un tranquillo venerdì di paura. Tre ore prima, alle 16, sfilerà Gucci. Nel fashion system, però, il maniaco dal quale scappare non imbraccia necessariamente una motosega né indossa una maschera orripilante: ha piuttosto la faccia di una trimestrale, entra nel backstage senza bisogno dell’invito e domanda — pure con una certa insistenza — quando tutto quel capitale culturale comincerà finalmente a diventare fatturato.
Se Moschino arriva con l’urgenza di una ristrutturazione, su Gucci pesa la credibilità del rilancio più importante di Kering. A risponderne sarà Demna, direttore creativo della maison dal 2025 dopo quasi un decennio alla guida di Balenciaga. A lui è affidato il compito di dimostrare quali elementi della ritrovata rilevanza di Gucci possano trasformarsi in borse, margini e fiducia degli investitori. Il piano è già in verifica: Kering vuole ridurre di circa un miliardo il capitale assorbito dalle scorte, rendere più efficiente la distribuzione e recuperare margini. Demna dovrà quindi produrre abbastanza novità da riaccendere il desiderio e abbastanza continuità da non riempire nuovamente i magazzini. La sfilata dovrà mostrare quali immagini possano diventare prodotti continuativi, riconoscibili anche senza una spiegazione critica accanto.
I calendari, però, si leggono anche attraverso le sedie rimaste vuote e quella di Versace è forse la più difficile da ignorare. Prada Group, che ha acquisito la maison nel 2025, non la porterà in passerella a settembre. Per vedere il nuovo Versace di Pieter Mulier bisognerà aspettare il 2027. Una scelta quasi sovversiva in un sistema abituato a nominare un direttore creativo il lunedì e a pretenderne la rifondazione entro il venerdì. Nella bozza non compaiono neppure Boss, N°21 e GCDS, mentre Ferrari ha scelto di attraversare l’Atlantico e sfilare a New York. Non è ancora una fuga da Milano, ma è abbastanza per impedire di liquidare le assenze come una nota a piè di pagina.
A compensarle almeno visivamente, la bozza presenta due “debutti” portoghesi (le virgolette sono necessarie): Marques’Almeida, fondato a Londra nel 2011, ha vinto il premio LVMH undici anni fa; Miguel Vieira lavora nella moda dal 1988 e aveva già sfilato a Milano nel calendario uomo. A settembre debutterà nella settimana donna, chiudendo le sfilate fisiche. Sono nuovi in quella posizione, non nel sistema: più che un ricambio generazionale, sembra un cambio di scaffale. L’apertura internazionale resta una buona notizia; bisognerà capire se allargherà davvero il perimetro culturale della settimana o servirà soprattutto a ridisegnarne con eleganza il piano dei posti. A settembre Milano saprà certamente indicarci cosa desiderare nella primavera successiva, ma sarà la parte più facile e forse la meno interessante. La vera misura di questa edizione arriverà dopo, quando le luci si saranno spente e il feed sarà passato all’immagine seguente: soltanto allora capiremo se, oltre allo spettacolo, sarà rimasto qualcosa capace di dare tempo alla creatività, lavoro alla filiera e futuro agli abiti.
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