Il numero che compare in ogni discussione sulla sicurezza a Milano è 6.952: le denunce ogni centomila abitanti registrate nel 2024, il valore più alto d’Italia, davanti a Firenze e Roma. È l’ultimo dato annuale confrontabile, riportato dall‘Indice della criminalità del Sole 24 Ore ed elaborato sulla banca dati interforze del Viminale. Nell’area metropolitana i reati denunciati sono stati 225.786, poco più di seicento al giorno. Milano risulta inoltre terza per violenze sessuali, con 21,1 denunce ogni centomila abitanti. Le rilevazioni parziali sul 2025 vanno in direzione opposta: secondo il Censis, nel primo semestre i reati predatori in città calano del 18,4% a fronte di una contrazione media nazionale dell’8,4, e le violenze sessuali del 20,8.

Quel numero ha però due caratteristiche che il dibattito ignora sistematicamente. La prima: è territoriale. Non descrive il Comune di Milano ma l’intera Città metropolitana, centotrentatré Comuni. La seconda: il denominatore è la popolazione residente, mentre una quota consistente delle denunce riguarda persone che a Milano non risiedono (pendolari, city users, turisti). Misura quindi un fenomeno che non coincide con l’esperienza di chi in città ci vive.

Manca, soprattutto, la scala che servirebbe. Non esiste una rilevazione pubblica e periodica dei reati disaggregata per municipio o per nucleo di identità locale. Sappiamo che Milano è prima in Italia; non sappiamo, con un dato ufficiale confrontabile nel tempo, se il furto con destrezza pesi di più a Baggio o in Duomo, né come si distribuiscano le rapine di strada fra le stazioni del metrò. Non sappiamo quale possa essere, quartiere per quartiere, il rapporto tra reati commessi e reati denunciati: lo ammette lo stesso Sole 24 Ore, che segnala quanto sia difficile stimare la propensione alla denuncia, misurata da indagini poche e datate. La geografia dell’insicurezza dentro il perimetro comunale resta materia di percezione e di cronaca.

L’altra mappa, invece, è pubblica e precisa. Le dichiarazioni dei redditi 2025, relative all’anno d’imposta 2024, restituiscono un reddito medio cittadino di 40.357 euro contro una media nazionale di 24.893, più alto di oltre il 60%. Dentro quella media, però, il cap 20145 – Magenta, Pagano, CityLife – dichiara 93mila euro, il cap 20157, che è Quarto Oggiaro, si ferma a 18.500. Le elaborazioni su dati del Ministero dell’Economia misurano quasi 75mila euro di distanza pro capite fra i due estremi: la zona più ricca della città vale cinque volte la più fragile.

Sotto quei numeri c’è una struttura sociale. Un reportage ancora del Sole 24 Ore del febbraio scorso aveva documentato che a Corvetto e a Gratosoglio un neonato su due ha almeno un genitore straniero, in nuclei dove spesso lavora una sola persona e dove una malattia o la perdita dell’impiego bastano a far scivolare la famiglia sotto la soglia. La dashboard territoriale presentata dal Politecnico ad aprile, che elabora i dati del quadriennio 2019-2023, indica la stessa direzione: dinamismo demografico a nord e nord-est, invecchiamento e vulnerabilità nel quadrante sud e in parte dell’ovest, quartieri esterni sempre più porta d’ingresso per i nuovi arrivati.

Accostare le due mappe produce un’asimmetria che vale come indicatore politico. Della ricchezza milanese conosciamo la distribuzione interna fino al codice postale; dell’insicurezza conosciamo solo il totale provinciale. E poiché la propensione a denunciare cresce con il reddito e con la fiducia nelle istituzioni, è ragionevole ipotizzare che proprio le aree più fragili siano quelle peggio rappresentate nella statistica su cui si costruiscono i programmi elettorali.

Sulla fascia intermedia l’amministrazione interviene con strumenti calibrati sul territorio: in agosto ha pubblicato l’avviso per 65 alloggi a canone accessibile nei municipi 3, 4, 6 e 8, riservati a nuclei con Isee fino a 40mila euro, rivolti a chi non ha i requisiti per la casa popolare ma non regge i prezzi di mercato. Sono alloggi finanziati dal Piano operativo regionale, in attuazione del programma nazionale “20.000 abitazioni in affitto”, e le domande si chiudono il 30 settembre. Misure di questo tipo si progettano quartiere per quartiere. Per la casa la base statistica c’è. Per la sicurezza, alla stessa scala, non ancora.