«Noi abbiamo semplicemente segnalato la presenza di militari in servizio attivo che, secondo la documentazione raccolta, hanno assunto ruoli direttivi, organizzativi e di propaganda all’interno di Futuro Nazionale», puntualizza Luca Marco Comellini, segretario generale del Sindacato dei militari.

Comellini, la vostra denuncia alla Procura militare ha sollevato un polverone.

«Noi chiediamo solo di stabilire se queste condotte siano compatibili con lo status militare e, soprattutto, se possano avere rilevanza penale. Tutto qui».

E bisognava rivolgersi alla Procura militare di Roma?

«Prima abbiamo seguito la strada istituzionale. Ad aprile abbiamo informato attraverso i canali ufficiali il ministro della Difesa Guido Crosetto, chiedendo verifiche. Due mesi dopo, a giugno, non avendo ricevuto alcuna risposta, abbiamo presentato una diffida formale. A distanza di altri due mesi, in assenza di qualsiasi riscontro, abbiamo ritenuto doveroso rivolgerci alla magistratura».

Un’accusa di inerzia al ministro della Difesa?

«È la semplice constatazione che, nonostante le segnalazioni formali, non abbiamo visto quelle verifiche che ritenevamo necessarie. Ci aspettiamo che l’amministrazione della Difesa faccia il proprio dovere quando vengono segnalate possibili violazioni delle regole che disciplinano il personale militare. E le regole, che a via Venti Settembre conoscono molto bene e che in altre occasioni non hanno tardato ad applicare, vietano espressamente al militare che si qualifica come tale di partecipare a riunioni o manifestazioni di partiti, associazioni e organizzazioni politiche e di fare propaganda».

Quindi il problema non è che un militare abbia determinate convinzioni politiche?

«Assolutamente no. Un militare, prima ancora di essere tale, è un cittadino e ha le proprie convinzioni. Il problema nasce quando si passa dalla libertà di pensiero alla partecipazione attiva alla vita politica organizzata e, soprattutto, quando quella attività viene svolta utilizzando il grado, la qualifica o l’uniforme. L’ordinamento militare impone doveri particolari di neutralità, imparzialità e fedeltà alle istituzioni. Sono limiti che derivano dalla funzione svolta, non dalle opinioni personali».

Nel vostro esposto parlate addirittura di uso dell’uniforme e del grado, per un maresciallo dei carabinieri e un tenente dell’aeronautica, per finalità di propaganda. Avete elementi concreti?

«Abbiamo depositato documentazione che riteniamo meritevole di approfondimento investigativo. E comunque abbiamo chiesto espressamente alla Procura di acquisire dai Comandi e dal Ministero della Difesa le eventuali autorizzazioni relative alle attività svolte dai soggetti indicati, e di verificare le circostanze nelle quali sarebbero stati utilizzati uniforme, grado e qualifica militare in contesti pubblici e digitali».

Non teme che questa iniziativa venga letta come uno scontro interno al mondo della rappresentanza militare, visto che i soggetti coinvolti ricoprono incarichi di vertice in associazioni sindacali tra militari?

«Noi non stiamo contestando l’attività sindacale di nessuno. Il tema è un altro: chi rappresenta il personale militare può contemporaneamente assumere determinati ruoli all’interno di un movimento politico? Questa sovrapposizione è compatibile con le norme? Le organizzazioni sindacali militari hanno una responsabilità particolare proprio perché rappresentano personale che deve mantenere un rapporto di assoluta lealtà con le istituzioni».

Alla fine, qual è il principio che volete affermare con questo esposto?

«Che l’uniforme non può diventare uno strumento di propaganda politica. Chi la indossa ha certamente diritti e libertà, ma ha anche doveri specifici. Se la magistratura accerterà che non è stato commesso alcun reato, ne prenderemo atto. Ma riteniamo che fatti di questa natura debbano essere verificati fino in fondo. La neutralità delle Forze Armate non è una questione sindacale: è una garanzia per le istituzioni e per i cittadini».

Avatar photo

Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere