L'intervista
Monica Fabris ricorda Emma Bonino: “Antesignana dei diritti, aveva una rabbia felice. Papà la voleva al Quirinale”
Monica Fabris, amica personale di Emma Bonino, è oggi direttrice scientifica di CSA, esperta di ricerca sociale e analisi dei cambiamenti. L’ha conosciuta quando era bambina, nella casa di suo padre, il grande sociologo della comunicazione Giampaolo Fabris.
Quando ha conosciuto Emma Bonino?
«Ero piccola, avrò avuto sei anni, forse meno. A casa di mio padre veniva spesso ed è sempre stata molto vicina a lui, fino alla sua morte. Mi colpiva per la grande passionalità, l’eros per la vita. Mi ha insegnato a vivere appassionatamente, credendo in quello che si fa e amando quello che si fa. Era una donna felice, nonostante le battaglie, le lotte e le arrabbiature quotidiane».
Una rabbia felice? Potremmo coniare quest’ossimoro?
«Sì, perché c’era l’impegno a fare quello che sentiva di dover fare, mossa da una urgenza che però non la privava mai. La sua vita era un perenne scontro, anche perché si impegnava per qualcosa che nel nostro Paese ancora non esisteva. Era una donna di cambiamento».
Il cambiamento implica necessariamente uno scontro?
«In una società improntata ad altri valori, sì. Ricordo bene quel periodo di scontro tra una mentalità borghese impegnata a difendere i formalismi e lei che difendeva invece valori sostanziali».
A me è sempre sembrata una viaggiatrice del tempo.
«Sì, una donna che veniva dal futuro e che ha portato il futuro. Ho avuto con lei l’esperienza unica di incontrare una donna della storia, una donna che ha provato a cambiarla e in qualche modo ci è riuscita. L’Italia ha fatto passi avanti giganteschi anche grazie alle sue battaglie sui diritti civili».
Anche suo padre era uno straordinario innovatore. Qual era il terreno comune con Emma Bonino?
«Apparentemente erano completamente diversi. Mio padre portò in un mondo che condannava i consumi l’idea che fossero invece una forma nobile di comportamento umano da analizzare. Era scandaloso e rivoluzionario. Fece scandalo anche nel non demonizzare la ricchezza e nel parlare con i padroni, diventandone amico. Non in senso ideologico, ma culturale. In questo superare i confini era molto simile a Emma. Anche lei è stata una grande costruttrice di ponti. Erano anticonformisti, anticonvenzionali».
E soprattutto antideologici?
«Sì. Non c’era niente di ideologico nelle battaglie di Emma. Io l’ho osservata prima da bambina e poi da adolescente, inevitabilmente è diventata un modello per me, accanto a mia nonna. Emma era una grande idealista che aveva superato il convenzionalismo della destra e della sinistra».
Per essere davvero idealisti in senso hegeliano bisogna liberarsi dal fardello delle ideologie?
«Assolutamente. Lei si era liberata del lato deteriore delle ideologie, fatto di rabbia, livore e contrapposizioni. Le ideologie come schemi rigidi ci separano dalla vita vera e dal confronto con la coscienza. Emma invece si confrontava costantemente con la propria coscienza e non partiva dai luoghi comuni. Per questo mi dava un grande senso di giustizia. Non l’ho mai vista ragionare per opportunità».
Suo padre avrebbe voluto vederla al Quirinale. Costituì il comitato di sostegno… ce ne parla?
«Sì. Nelle conversazioni con mio padre tornava spesso l’idea che lei dovesse fare la Presidenza della Repubblica. Ho assistito a riunioni in cui si valutava questa possibilità e si guardavano i dati. Lei partecipava con un misto tra divertimento e interesse, senza quella determinazione che metteva nelle cose che sentiva davvero sue».
Ieri è passata nella dimensione dell’eterno. Cos’era per lei la laicità? E la spiritualità?
«Oggi per noi la laicità è una conquista acquisita per cui papa Francesco per primo si rivolgeva ai laici devoti. Ma quando Emma ha cominciato a battere su questo tasto, insistendo sul fatto che non ci fosse un contrasto tra laicità e religiosità e che le due cose potevano convivere, era un’antesignana. Ai tempi dirsi laici era uno scandalo che veniva considerato con disprezzo. E per un’intera generazione la laicità è stata un diritto per cui bisognava combattere. Al punto che possiamo parlarne come una delle grandi rivoluzioni di fine secolo scorso, stabilizzata nei primi decenni di questo».
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