Stefano Esposito, già deputato e senatore del Partito Democratico, ha dedicato grande impegno al tema della sicurezza. A lui chiediamo se vede, nelle grandi città, un fenomeno di zone grigie fuori controllo. «È un tema presente da molto tempo. Almeno le ultime tre campagne elettorali si sono giocate sulla sicurezza, ma ogni volta viene trattata come un fenomeno nuovo. È il giorno della marmotta».

Lei si batte in particolare su Torino…
«A Torino se ne parlava già nel 2001, quando Domenico Carpanini fu indicato come candidato sindaco del centrosinistra. Da vicesindaco di Valentino Castellani aveva impostato il proprio programma sulla sicurezza nei quartieri più difficili. Morì durante la campagna elettorale. Sono passati venticinque anni e discutiamo ancora degli stessi problemi».

La sinistra può costruire un programma di governo ignorando la sicurezza?
«No. Dopo il sostanziale fallimento del governo su questo terreno, la risposta del centrosinistra non può limitarsi a un richiamo astratto all’integrazione. Intere zone delle grandi città e della provincia profonda vivono il tema con crescente preoccupazione. Ho visitato piccoli paesi della Liguria nei quali la sicurezza viene descritta come se ci si trovasse nel Bronx degli anni peggiori. Esiste anche un problema di percezione, amplificato dalla comunicazione e dalla cronaca. Ma liquidarlo come paura irrazionale significa non capire il Paese».

Il sindaco di Bologna ha sbagliato a convocare la piazza?
«Ho trovato stonata la posizione del sindaco Matteo Lepore. La Procura aveva diffuso un comunicato equilibrato e persino una familiare di Fakir aveva pronunciato parole ferme contro la violenza. Il sindaco, invece, si è fatto prendere la mano. Ha convocato la piazza quando ancora non si conosceva la dinamica dei fatti. Un sindaco deve sapere che in una situazione simile arriveranno gruppi interessati allo scontro. Se Lepore non lo aveva previsto, ha un problema di sintonia con la città. Se lo aveva previsto, ha sfiorato l’irresponsabilità».

Perché la sinistra reagisce così?
«Nel Pd si sta consolidando l’idea che chi veste una divisa sia un repressore in servizio permanente effettivo. È un’involuzione culturale grave. Parlo del Pd perché Alleanza Verdi e Sinistra ha scelto di non occuparsi del tema, arrivando sostanzialmente a negarlo. Eppure il Pd è stato anche il partito di Marco Minniti, l’unico esponente democratico che abbia provato a offrire risposte concrete sulla sicurezza e sull’immigrazione. Oggi molti sembrano averlo dimenticato».

Lepore è vittima di una deriva?
«Secondo me sì. E quando un giornalista come Massimo Giannini evoca il “George Floyd italiano”, sembra che qualcuno abbia perso la testa. È come se la morte di Fakir potesse essere imputata direttamente a Giorgia Meloni. È una ricostruzione surreale e sgrammaticata sul piano politico, istituzionale e fattuale. Il vero problema è la rottura del filo costruito negli anni tra il principale partito di opposizione e le forze dell’ordine. Gabrielli prova a rimettere il pallone al centro perché vede uno scivolamento pericolosissimo verso atteggiamenti da “Acab”. Il Pd non può diventare la succursale di un centro sociale. Chi lo rappresenta nelle istituzioni non può essere quella roba lì e non deve neppure apparire tale. Chi ignora il tema sicurezza è destinato a perdere».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.