A dieci giorni dal referendum sulla giustizia, il dibattito pubblico sta assumendo toni sempre più accesi. Il caso esploso attorno al Foglio lo dimostra con chiarezza: quando un giornale sostiene apertamente le ragioni della riforma della giustizia, limitandosi a fare il proprio mestiere – raccontare fatti e contraddizioni – c’è chi reagisce non con argomenti ma con avvertimenti.

Le parole attribuite al procuratore di Napoli Nicola Gratteri – «dopo il referendum faremo i conti» con il quotidiano diretto da Claudio Cerasa – hanno provocato una reazione immediata del mondo politico e dell’informazione. Solidarietà al Foglio è arrivata da molte parti. Per una ragione semplice: la libertà di stampa non è negoziabile. Dal Riformista è intervenuto il direttore con un editoriale netto. È arrivata anche la solidarietà dell’Ordine dei giornalisti e quella, definita «timida» dagli interessati, della Fnsi. Il punto non è essere favorevoli o contrari alla riforma. Il punto è che i giornali hanno il diritto – anzi il dovere – di prendere posizione. In una democrazia liberale la stampa non è un osservatore neutrale: è uno dei luoghi in cui si forma l’opinione pubblica.

Questo clima teso si è respirato anche a Napoli, dove il confronto tra sostenitori del Sì e del No si è svolto nella storica sede di Castel Capuano. La magnifica biblioteca – arricchita dai volumi sui quali studiò il primo Capo dello Stato, l’avvocato Enrico De Nicola – era affollata da avvocati, magistrati, studenti e giornalisti. Il dibattito è stato serrato fin dall’inizio. Da una parte le ragioni del Sì, sostenute tra gli altri dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, dall’avvocato Domenico Ciruzzi e dal sostituto procuratore di Napoli Giuseppe Visone. Dall’altra il fronte del No, rappresentato dalla presidente dell’Anm di Napoli Leda Rossetti, dall’avvocato Flaviano Moltedo e dal sostituto procuratore Giuliano Caputo. A fare da padroni di casa, il presidente dell’avvocatura napoletana, l’avvocato Carmine Foreste, e l’avvocato Alfredo Sorge, vicepresidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati partenopei e Presidente della Fondazione dell’Avvocatura napoletana per l’Alta formazione forense.

Una certa tensione, da parte del fronte contrario alla riforma, è stata evidente e ha provocato più di una reazione dalla platea. I tre esponenti del No hanno spesso preferito attaccare il governo e il ministro della Giustizia Carlo Nordio piuttosto che entrare nel merito delle misure oggetto del referendum. Il confronto è stato duro. Non poteva essere altrimenti: la separazione delle carriere è il nervo scoperto del sistema giudiziario italiano. Ma proprio per questo colpisce l’atteggiamento di una parte del fronte contrario alla riforma. Più che discutere nel merito, si avverte una certa insofferenza verso chi sostiene il referendum. Come se la sola idea di mettere mano all’assetto della magistratura fosse una provocazione. Di più: un’indebita ingerenza. Eppure il referendum è uno strumento costituzionale, non un’aggressione alla magistratura. E la libertà di opinione, di critica, di sostegno è l’essenza stessa delle garanzie costituzionali che la magistratura dovrebbe incaricarsi di tutelare, non certo di minacciare.

Lo ha spiegato con chiarezza Luca Palamara, che ha scelto di essere a Napoli – rinunciando a un altro impegno pubblico – per intervenire nel dibattito. L’ex presidente dell’Anm ha ricordato che la magistratura italiana si è organizzata in correnti fin dagli anni Sessanta. «L’autonomia e l’indipendenza sono principi sacrosanti, ma nel tempo si è sviluppato anche un sistema di appartenenze. Quando si tratta di scegliere chi guiderà gli uffici più importanti, oltre al merito pesa inevitabilmente anche il meccanismo delle correnti». Da qui, secondo Palamara, l’idea del sorteggio come possibile antidoto. «Il sorteggio spezza il vincolo di appartenenza e consente di portare nel Csm magistrati che non devono rispondere a logiche correntizie». Un ragionamento analogo riguarda il sistema disciplinare. «Oggi la sezione disciplinare è interna al Csm e risente delle stesse dinamiche. Un organismo esterno e indipendente potrebbe garantire maggiore imparzialità». Il punto, insiste Palamara, è evitare gli slogan. «Nessuno vuole un sistema in cui la politica controlla la magistratura. Sarebbe una degenerazione per il Paese. Ma dopo quasi settant’anni di funzionamento del Csm è legittimo interrogarsi su ciò che ha funzionato e su ciò che non ha funzionato».

Il problema nasce quando il Sì alla separazione delle carriere, all’Alta corte, al sorteggio vengono vissute dalla magistratura associata come un affronto. Quando chi difende lo status quo reagisce non con argomenti ma con delegittimazioni. È esattamente il nodo sollevato dal caso Gratteri-Foglio. Se chi sostiene la riforma della giustizia diventa bersaglio di avvertimenti più o meno espliciti, la questione impatta la qualità della nostra democrazia. Il referendum sulla giustizia divide, certo. Ma proprio per questo dovrebbe aprire una discussione libera, senza intimidazioni o, peggio, ritorsioni.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.