Si discute incessantemente di legge elettorale come se il destino di una democrazia dipendesse esclusivamente dalla geometria dei seggi, dalle soglie di sbarramento o dai premi di maggioranza. E’ l’eterna, sterile illusione dell’ingegneria costituzionale: la politica che si guarda allo specchio, si misura i vestiti di dosso e si interroga unicamente sulle convenienze del momento. Si calcola a tavolino quale congegno possa favorire questa o quella forza politica, si soppesa l’impatto della “variabile Vannacci”, si blindano i fortini parlamentari. Una partita a scacchi giocata a porte chiuse.

Il problema non è solo l’autoreferenzialità di questo esercizio, ma il deserto che si lascia intorno. In questo interno, claustrofobico dibattito, il cittadino è completamente svanito. Non è coinvolto, non è interpellato, non si sente parte di un processo che riguarda il futuro delle istituzioni. E il prezzo di questa rimozione lo stiamo già pagando, misurato in una voragine che si allarga di anno in anno: l’astensionismo. Quando metà del corpo elettorale sceglie la diserzione dalle urne, non siamo di fronte a una generica pigrizia civica. Siamo davanti a un chiaro, assordante sintomo di rigetto.

L’astensione è la spia di un patto sociale lacerato, la dimostrazione che le dinamiche interne alla democrazia rappresentativa non intercettano più le esigenze reali del paese. Continuare a pensare che un maquillage della legge elettorale possa guarire questo malessere profondo è un inganno imperdonabile. Dovremmo guardare oltre i nostri confini per capire dove porta questa corsia preferenziale dell’irresponsabilità politica.

Quello che sta accadendo in Germania e la costante inesorabile avanzata del sovranismo, del populismo e della destra estremista non nascono dal nulla: sono il frutto maturo di questa cattiva manutenzione della democrazia. Quando la politica istituzionale abdica al suo compito fondamentale, che non è la gestione notarile del potere, ma la costruzione di un’offerta politica credibile, capace di dare prospettive, speranza e risposte ai bisogni collettivi il vuoto non rimane tale. Si riempie di rabbia, di scorciatoie identitarie, di semplificazioni autoritarie.

La lezione che ci viene imposta dalla crisi europea è netta. Prima di discutere degli strumenti con cui si vince, bisognerebbe trovare il coraggio di discutere sui contenuti e sulla qualità dell’offerta politica: l’errore prospettico fondamentale è concentrarsi sul come si vince prima di chiarire perché si vince e per fare che cosa. Se la politica rinuncia a essere visione, progetto e legame con i territori, ogni legge elettorale non sarà che uno strumento per amministrare il declino, spalancando la porta a chi, sulle rovine della partecipazione democratica, promette di demolire le istituzioni.

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Nato a Brindisi nel '47. Avvocato. Deputato dal 1987 al 1996 X, XI, XII Legislatura. Sottosegretario di Stato per Il Ministero dei Lavori Pubblici dal 1996 al 2001. Gruppo Parlamentare PCI-PDS-Progressisti. Ha fatto parte delle Commissione parlamentare Giustizia di cui è stato Vicepresidente, Ambiente e Affari Costituzionali. E' stato componente della Commissione Antimafia e della Giunta per le autorizzazioni a procedere per tutta la durata del mandato. E’ stato protagonista della riforma degli appalti e del sistema di qualificazione. Da Aprile 2003 al 9 dicembre 2021 è stato Presidente della SAT – Società Autostrada Tirrenica. E’ autore del Manuale del Diritto dei Lavori Pubblici – Giuffrè Editore 2001.