Il vuoto e la rabbia
Nessuna legge elettorale salverà questa politica: prima di contare i seggi, bisogna riconquistare gli elettori
Si discute incessantemente di legge elettorale come se il destino di una democrazia dipendesse esclusivamente dalla geometria dei seggi, dalle soglie di sbarramento o dai premi di maggioranza. E’ l’eterna, sterile illusione dell’ingegneria costituzionale: la politica che si guarda allo specchio, si misura i vestiti di dosso e si interroga unicamente sulle convenienze del momento. Si calcola a tavolino quale congegno possa favorire questa o quella forza politica, si soppesa l’impatto della “variabile Vannacci”, si blindano i fortini parlamentari. Una partita a scacchi giocata a porte chiuse.
Il problema non è solo l’autoreferenzialità di questo esercizio, ma il deserto che si lascia intorno. In questo interno, claustrofobico dibattito, il cittadino è completamente svanito. Non è coinvolto, non è interpellato, non si sente parte di un processo che riguarda il futuro delle istituzioni. E il prezzo di questa rimozione lo stiamo già pagando, misurato in una voragine che si allarga di anno in anno: l’astensionismo. Quando metà del corpo elettorale sceglie la diserzione dalle urne, non siamo di fronte a una generica pigrizia civica. Siamo davanti a un chiaro, assordante sintomo di rigetto.
L’astensione è la spia di un patto sociale lacerato, la dimostrazione che le dinamiche interne alla democrazia rappresentativa non intercettano più le esigenze reali del paese. Continuare a pensare che un maquillage della legge elettorale possa guarire questo malessere profondo è un inganno imperdonabile. Dovremmo guardare oltre i nostri confini per capire dove porta questa corsia preferenziale dell’irresponsabilità politica.
Quello che sta accadendo in Germania e la costante inesorabile avanzata del sovranismo, del populismo e della destra estremista non nascono dal nulla: sono il frutto maturo di questa cattiva manutenzione della democrazia. Quando la politica istituzionale abdica al suo compito fondamentale, che non è la gestione notarile del potere, ma la costruzione di un’offerta politica credibile, capace di dare prospettive, speranza e risposte ai bisogni collettivi il vuoto non rimane tale. Si riempie di rabbia, di scorciatoie identitarie, di semplificazioni autoritarie.
La lezione che ci viene imposta dalla crisi europea è netta. Prima di discutere degli strumenti con cui si vince, bisognerebbe trovare il coraggio di discutere sui contenuti e sulla qualità dell’offerta politica: l’errore prospettico fondamentale è concentrarsi sul come si vince prima di chiarire perché si vince e per fare che cosa. Se la politica rinuncia a essere visione, progetto e legame con i territori, ogni legge elettorale non sarà che uno strumento per amministrare il declino, spalancando la porta a chi, sulle rovine della partecipazione democratica, promette di demolire le istituzioni.
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