I Pasdaran iraniani hanno annunciato di aver catturato un drone sottomarino americano all’ingresso dello Stretto di Hormuz. Le immagini diffuse dall’IRGC sono state rapidamente verificate dagli analisti: il veicolo corrisponde a un Anduril Dive-LD, un veicolo subacqueo autonomo lungo circa sei metri, capace di missioni fino a dieci giorni e progettato per operare a seimila metri di profondità.

La notizia ha prodotto nelle prime ore un’ondata di allarme sulla stampa internazionale, con titoli che evocavano la compromissione di tecnologia militare americana classificata di ultima generazione. La realtà è considerevolmente più prosaica. Il portavoce del CENTCOM, il capitano Tim Hawkins, ha chiarito alcuni fatti decisivi. Il drone era fuori uso da oltre ventiquattr’ore prima che gli iraniani lo recuperassero: non è stato intercettato in missione ma raccolto mentre galleggiava inerte. Si trattava di un modello più vecchio della linea Dive-LD, già difettoso prima dell’incidente. Soprattutto, secondo Hawkins, il veicolo non conteneva dati sensibili né apparecchiature sonar o radar classificate. Se queste dichiarazioni sono accurate, l’Iran ha recuperato uno scafo di scarsa utilità, non un forziere di segreti militari.

C’è poi la questione della tecnologia in sé. Il Dive-LD non è un prototipo sperimentale custodito in un laboratorio: è un sistema in produzione di serie, inserito nel programma Replicator del Pentagono, che mira esattamente a dispiegare droni a basso costo in numeri tali da rendere tollerabile la perdita di singole unità. Ogni Dive-LD costa circa due milioni e mezzo di dollari, una cifra significativa in termini assoluti ma irrisoria rispetto ai miliardi di un sottomarino con equipaggio. La filosofia è quella della quantità sacrificabile: ne produci molti, ne perdi qualcuno, il bilancio resta favorevole. L’architettura di base del veicolo è nota, le specifiche commerciali sono pubblicate sul sito del produttore, e il design non è classificato.

Resta legittima la domanda che molti si sono posti: perché il drone non si è autodistrutto? La risposta illumina un dilemma reale della guerra subacquea autonoma. Un sistema di autodistruzione a comando remoto è inutile se il drone ha perso comunicazioni, come in questo caso. Un sistema di autodistruzione autonomo, che si attivi automaticamente in caso di perdita di contatto, è pericoloso da implementare: rischia di scattare per un semplice guasto alle comunicazioni, distruggendo un mezzo da milioni di dollari per un falso allarme. E aggiungere meccanismi di autoaffondamento a ogni unità di una flotta pensata per essere numerosa e sacrificabile ne aumenta il costo e la complessità, contraddicendo l’intera logica del programma.

L’episodio avrà certamente conseguenze operative: lo sviluppo di contromisure come la cancellazione automatica dei dati, l’autoaffondamento in caso di cattura, e la resistenza alla manomissione è già in corso e verrà accelerato. Ma queste sono evoluzioni naturali di una tecnologia giovane, non la risposta a una catastrofe. La storia militare è piena di mezzi catturati dal nemico: dai carri armati ai radar, dai missili agli aerei. Quasi mai la cattura di un singolo esemplare ha alterato l’equilibrio strategico. L’Iran studierà il Dive-LD, ne comprenderà meglio i limiti operativi, e questo influenzerà le tattiche americane nella regione. Ma l’idea che un drone da ricognizione difettoso e privo di carico classificato, ripescato a pelo d’acqua mentre era in avaria, rappresenti una compromissione della sicurezza nazionale americana è un’esagerazione che non trova sostegno nei fatti disponibili.