Tre anni fa l'addio
Nostalgia canaglia per Berlusconi, oggi quelli che continuano a inseguirlo sono i procuratori ma Silvio non era un uomo di bombe e stragi di mafia
Nostalgia canaglia per Silvio Berlusconi. Sono trascorsi tre anni. Se quel giorno non si poteva che piangere, quel 14 giugno dei funerali in piazza Duomo, quando lui non c’era più da quarantott’ore, oggi è il momento della nostalgia. Lui c’è, e non è necessario essere toga rossa per ricordarlo, anche se a Firenze non ci sono più i “due Luca”, perché Tescaroli è a Prato e Turco in pensione, ma una gip dice per la sesta volta che Silvio non era uomo di bombe e stragi e mafia. E intanto tra l’Italia e l’Uruguay si suonano note che evocano, insieme al nome di Nicole Minetti, il ricordo di un’altra ragazza detta “rubacuori” e di serate e cene, e altri processi e altre assoluzioni.
Quel giorno, dentro al Duomo, era stato l’arcivescovo Mario Delpini a porgergli il massimo riconoscimento, ricordando, prima che l’imprenditore e il politico, l’uomo, con il suo “desiderio di vita, di amore, di gioia”. E il rito, più che la solennità dovuta a un capo di governo, celebrò la nostalgia, quella che ancora oggi costringe fratelli e amici, e nemici giurati a non dimenticare. Perché è impossibile ignorare la vita di un uomo che non riesce a morire.
Quella foto in bianco e nero con il tremito delle labbra di Sergio Mattarella, quei pugni chiusi sulle palpebre di Giorgia Meloni, e poi il corpo rannicchiato e disperato sulla carrozzina di Umberto Bossi. E l’altra immagine, tutta colorata, della piazza, con i ragazzi dei cori del tifo, il loro grazie per i 29 trofei regalati al Milan e per il piccolo Monza, quest’anno tornato in prima fila, e che lui aveva trascinato dalla serie C fino in A. E quel bambino con il suo cartello personale, “Mi consenta, grazie Silvio”. C’era lui in quella piazza piena di sole, con il suo popolo. A quelli che lo volevano “cavaliere nero”, aveva già risposto quel giorno a Onna, era il 25 aprile del 2009, e lui aveva indossato il fazzoletto partigiano e parlato di libertà. E poi, ad Alessandra Ghisleri che gli comunicava come in quel momento il gradimento sulla sua persona fosse arrivato al 75 per cento, chiedeva stupito: ma chi c’è in quell’altro 25?
Non immaginava di non poter piacere a tutti. A cominciare da quella ragazzina dai riccioli biondi che lui e i suoi compagni di scuola dell’istituto dei salesiani vedevano ogni giorno affacciata alla finestra. E lui, che non era il più alto né il più bello della sua classe, fu quello che riuscì a invitarla e a uscire con lei. Perché aveva “il sole in tasca” o perché ci credeva, quando diceva “l’Italia è il Paese che amo”? Sapeva e poteva fare quasi tutto, vendere elettrodomestici, cantare e guadagnarsi la vita sulle navi da crociera, costruire città e inventare televisioni, e anche governare il Paese. Difficile perdonare uno così. E anche abbandonarlo, persino nel giorno del suo funerale.
Che fu un grande palcoscenico di teatro, indimenticabile, con quel biscione di persone, fiori e cartelli e applausi che lo aveva accompagnato dall’abitazione di Villa san Martino e che non voleva mai finire. Certo, era l’uomo che aveva saputo essere amico di Tony Blair e anche “addomesticare” Vladimir Putin e Gheddafi, e suscitare la risatina sprezzante di un Sarkozy di cui si ha poca memoria. E in quella cattedrale del giugno di tre anni fa, insieme al “suo” mondo delle aziende e dello spettacolo e dello sport, erano presenti capi di Stato e quattro ex presidenti del consiglio italiani. Ma quel che gli sarebbe piaciuto di più era il coro di quelli di fuori, “un presidente, c’è solo un presidente”, e non parlavano di Palazzo Chigi. Certo, mancavano le toghe quel giorno, ad arricchire il nero del Duomo o a violare i colori della piazza. Ma sono loro, i procuratori che lo hanno inseguito come una muta di cani da caccia lungo il corso della sua vita politica, quelli che non riescono a dimenticare Berlusconi. Nostalgia canaglia.
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