Oggi Silvio Berlusconi avrebbe compiuto novant’anni. I figli lo ricorderanno a Villa Certosa con Gianni Letta, Fedele Confalonieri e gli amici stretti; Forza Italia lo festeggerà a Napoli con una torta tricolore, meme, gadget e giovani chiamati a raccontare che cosa resta della sua lezione. Tre anni dopo la morte, un partito porta ancora il suo nome nel simbolo e gli organizza il compleanno. Si potrebbe sorridere, fare gli auguri postumi e chiuderla qui, visto che gli eredi politici del Cavaliere non esistono. Ci sono dirigenti volenterosi che amministrano un marchio senza il proprietario. Ma chi sono i suoi eredi veri? La risposta è fuori discussione: lo siamo tutti noi.

A partire da quelli che lo hanno combattuto. Sulla torta di Napoli c’è Berlusconi che pulisce con il fazzoletto la sedia dove si è seduto Marco Travaglio. Ed è giusto così, perché nessuno più di Travaglio gli deve la carriera. Un giornale nato nel pieno della stagione berlusconiana, un pubblico cresciuto a pane e processi, soprannomi, teatri, tournée. Grazie al Cavaliere Travaglio è diventato un genere, prendendo tutto dal suo nemico: la personalizzazione, la semplificazione, la politica come spettacolo a puntate. L’antiberlusconismo di Travaglio è stato il prodotto meglio riuscito di Berlusconi.

Tra i politici, il posto d’onore spetta a Beppe Grillo, uomo di spettacolo che fonda un partito personale, e a Gianroberto Casaleggio, che lo costruisce attraverso un’azienda privata, come Forza Italia era nata attorno alla macchina Fininvest-Publitalia. Il guru del marketing digitale al posto dei manager di Dell’Utri, la piattaforma al posto delle convention. Fininvest in versione blog. E il Vaffa come rovescio del geniale cucù alla Merkel, lo stesso sberleffo alle istituzioni con la rabbia al posto del sorriso.

Poi Conte e Salvini che nel 2018 firmano un “contratto di governo“, diciassette anni dopo la penna sulla scrivania di ciliegio di Vespa. Renzi, per anni “il Berlusconi di sinistra” (e non se ne offendeva), con la Leopolda come convention e il Nazareno come patto. Salvini con la Bestia e le felpe, la bandana dell’era social. E ora Roberto Vannacci, il generale che si pubblica un libro da solo e diventa un caso nazionale a colpi di frasi fatte per indignare. Anche questa è una lezione di Arcore: la gaffe come metodo, l’estraneo che entra in politica presentandosi come estraneo. Il Cavaliere ci metteva la barzelletta, il generale ci mette una triste mimetica.

E Giorgia Meloni, che si presenta per nome di battesimo e parla agli italiani con gli appunti in camera, come la videocassetta del ’94 aggiornata a Instagram. A Salerno i monologhi del venerdì di Vincenzo De Luca, sceriffo per vocazione e showman per necessità. Aurelio De Laurentiis, cinepanettoni e scudetti, il presidente-padrone che fa della squadra un palcoscenico personale, come il Milan di Arcore. E fuori dai confini Donald Trump, per molti aspetti la sua versione americana.

Poi c’è l’erede più letterale, con albero genealogico documentato. Urbano Cairo è stato suo assistente, è cresciuto in Publitalia, dove ha imparato che la pubblicità è una religione e la televisione un impero. Oggi ha La7, il Corriere e il Torino, la stessa trinità di tv, giornali e pallone. Gli manca solo la discesa in campo; ogni tanto qualcuno gliela suggerisce e lui ammicca.

Non a caso la gag con Travaglio andò in scena proprio su La7, anche se ante-Cairo. Il talk show politico italiano ha il DNA berlusconiano, da Floris a Del Debbio, fino a Bianca Berlinguer traslocata a Rete4. Il conduttore che si fa partito, lo share che vale sondaggio, l’ospite scelto per la rissa e non per l’argomento. Il vero Parlamento della Seconda Repubblica è stato uno studio televisivo, e l’architetto è il signore che oggi avrebbe compiuto gli anni.

Insomma, non tutti e non sempre berlusconiani, ma tutti berlusconisti. La differenza è sostanziale. Della rivoluzione liberale non è rimasto niente, molto per colpa sua. Del metodo è rimasto tutto. Il leader come marchio, il partito come azienda o fan club, la tv e poi i social come luogo del potere, l’elettore come pubblico. La politica ridotta a racconto, il racconto ridotto a personaggio.

Qui sta il fondo serio della storia. Gli ultimi trent’anni sono sotto il suo segno non per le leggi che ha fatto o non ha fatto, ma perché ha cambiato la grammatica. E chi voleva batterlo, invece di sfidarlo sulle riforme promesse e mai realizzate, ha scelto il terreno dove lui era imbattibile, quello dello spettacolo, dell’invettiva, della demonizzazione. Una parte dell’antiberlusconismo affidò persino ai tribunali ciò che non sapeva risolvere in politica, finendo per rafforzare il racconto del perseguitato. Più di tutti la sinistra, che ha passato vent’anni a parlare di Berlusconi e trenta a imitarlo. Per questo i suoi eredi politici sono figure piccole, e non poteva essere altrimenti. L’eredità non è andata al partito, è andata al paese. Ognuno di noi ne ha preso un pezzo, senza pagare la tassa di successione e quasi sempre senza ammetterlo.

Direttore de Il Riformista