Cataldo Malena non era un fantasma della ‘ndrangheta, né un soldato occulto della cosca Farao-Marincola. Era – ed è – un imprenditore del vino, uno dei nomi simbolo del Cirò DOC. Una cantina storica, un marchio che porta la Calabria nel mondo. Eppure, in una notte del gennaio 2018, entra a pieno titolo nella “rete a strascico” dell’operazione Stige: 169 arresti, conferenza stampa trionfale, il consueto racconto epico della maxi-inchiesta firmata Nicola Gratteri. Come sempre: il clamore prima, la giustizia poi. Malena viene travolto come un bersaglio qualunque. L’accusa, nell’impianto generale, è quella di concorrere – in forme che nessuna sentenza ha mai confermato – al controllo mafioso della filiera vitivinicola. Nessuna sfumatura, nessun dubbio: il metodo è quello della raccolta indifferenziata. Dentro il sacco finisce tutto. E se nel sacco ci sono imprenditori puliti, aziende sane, marchi che hanno investito decenni per costruire credibilità? Poco importa. La narrazione non tollera eccezioni.

Il primo grado è una sentenza che pesa come una pietra: 11 anni e 3 mesi. Una condanna che, per un imprenditore, significa molto più del carcere. Significa la perdita della reputazione, il crollo della fiducia bancaria, i mercati che si ritirano, le linee di credito che svaniscono, i distributori che chiudono i contratti. Significa vivere sospesi in un incubo che non lascia scampo: la Calabria “buona”, quella che produce qualità, diventa improvvisamente un’estensione dell’anticamera del crimine. Chi investe viene travolto al pari di chi delinque. Il secondo grado ribalta tutto: assoluzione piena. La Cassazione, nel 2025, chiude il cerchio: “Il fatto non sussiste”. Fine della storia giudiziaria. Ma non della storia umana.

Come si ricuce un’identità pubblica dopo essere stati additati come ingranaggio di un sistema criminale? Come si ricostruisce un’azienda dopo anni di assedio mediatico? E chi ripaga la reputazione, le stagioni di vendemmia perse, gli investimenti congelati, i rapporti commerciali bruciati? Nessuno. Perché l’assoluzione, in Italia, non è mai una restituzione. È un sussurro che arriva anni dopo l’urlo dell’arresto.

Il caso Malena non è un’eccezione. È un tassello. Stige finisce con 100 assoluzioni su 169 arresti. Numeri che in qualsiasi democrazia liberale imporrebbero un dibattito serio sul metodo. Invece in Italia, e in particolare nel culto mediatico che circonda l’ex procuratore di Catanzaro, tutto viene derubricato a “danno fisiologico”. Fisiologico? Cento persone private della libertà, cento famiglie travolte, cento vite messe in pausa. E condanne di primo grado che evaporano in appello come neve al sole. Qualcuno dirà che anche le altre cantine coinvolte hanno condiviso la stessa sorte. Basti ricordare Zito, patron dell’omonima azienda, che si è visto riconoscere dallo Stato 47 mila euro di risarcimento per l’ingiusta detenzione. Una cifra grottesca, se confrontata con il danno d’immagine che un’azienda vitivinicola subisce entrando – senza motivo – in un’inchiesta sulla ‘ndrangheta. Valgono 47 mila euro anni di umiliazioni, di sospetti, di contratti evaporati? Vale 47 mila euro il marchio infangato di una cantina che vive di relazioni commerciali e fiducia internazionale? Eppure, secondo i difensori del “metodo Gratteri”, dovremmo ritenerci fortunati: in fondo, dicono, qualche innocente è normale che cada nella rete. Una specie di sacrificio collaterale, utile a rassicurare l’opinione pubblica. È la logica dei regimi: arrestare cento per prenderne due. La logica dell’Urss staliniana, del Cile di Pinochet, dell’Argentina dei desaparecidos – dove la “sicurezza” richiedeva di prendere tutto, indistintamente, amici, parenti, conoscenti, figli compresi. È questo il modello al quale deve ispirarsi una democrazia costituzionale? Davvero possiamo tollerare che un procuratore difenda l’arresto preventivo “a strascico” come un prezzo inevitabile?

Il caso Malena dimostra esattamente il contrario: dimostra che non siamo davanti a un errore. Un errore è un incidente, non una statistica. Qui siamo davanti a un sistema, a un metodo che ha prodotto percentuali di assoluzione insostenibili, costi per ingiuste detenzioni ormai fuori controllo, e soprattutto una voragine di fiducia tra cittadini e istituzioni. E mentre si avvicina l’appello di Rinascita Scott – già costellato da numeri pesantissimi di assoluzioni – continua il racconto unidirezionale dell’attuale procuratore di Napoli, amplificato da giornalisti che non hanno mai osato un contraddittorio. La Bibbia del “modello Gratteri” si declama senza che nessuno apra il testo a pagina due.

La vicenda di Cataldo Malena dovrebbe essere studiata nelle scuole di diritto come esempio di ciò che non deve accadere in un Paese civile: una persona estranea ai fatti, condannata a quasi dodici anni in primo grado, assolto in appello e in Cassazione, dopo che la sua azienda è stata devastata e la sua vita rovesciata. Non è fisiologia. Non è un incidente. È un fallimento strutturale. Ed è la prova vivente che la separazione delle carriere, oggi respinta con fastidio da Gratteri, non è una bandiera politica, ma una necessità democratica. Perché nessuna giurisdizione può permettersi altri cento Cataldo Malena. E perché, a un certo punto, qualcuno dovrà pur dirlo: la giustizia non si amministra a strascico. Si amministra caso per caso, prova per prova, persona per persona. Il resto si chiama abuso. E produce macerie che nessuna assoluzione tardiva può più riparare.

Pasquale Motta

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