"Quel memorandum non è vincolante"
Pace Usa-Iran, lo scetticismo di Mark Zell: “Ogni volta lo stesso schema: prima c’è la firma imminente, poi arriva una retromarcia all’ultimo momento”
Il vicepresidente di Republicans Overseas Israel frena gli entusiasmi di Trump sull’accordo con l’Iran: “Ogni volta lo stesso schema: prima c’è la firma imminente, poi arriva una retromarcia all’ultimo momento”
È evidente che un accordo Iran-Usa non vada a genio a Israele. Il problema si pone ancora di più per quei 200mila cittadini americani residenti nello Stato ebraico. Un bacino elettorale che vota in larga maggioranza repubblicano. Ne parliamo con Marc Zell, avvocato americano, trapiantato ormai da dieci anni a Tekoa (a 16 chilometri da Gerusalemme). Zell è vicepresidente di Republicans Overseas Israel, l’organizzazione che rappresenta gli elettori repubblicani americani residenti all’estero. In questi giorni è stato a Milano, dove ha preso parte alla presentazione del libro “Le radici della cultura occidentale”, scritto da Enrico Mairov e Vittorio Pesato per Giubilei Regnani.
Trump si dice a un passo dall’accordo con Teheran. Possiamo fidarci?
«Il presidente Usa è un maestro nel generare titoli da prima pagina. Sa che deve alzare il livello delle sue dichiarazioni per restare al centro dell’attenzione. La sua strategia è fatta di accelerazioni e frenate. Da una parte, mantiene alta la pressione sull’Iran, attraverso minacce economiche e militari. Dall’altra, cerca di rassicurare i mercati internazionali. Tant’è che il prezzo del petrolio è sceso sensibilmente (ieri il Wti ha segnato un calo del 5,5%, arrivando a circa 80 dollari al barile, mentre il Brent è diminuito del 5,3%, a circa 82 dollari al barile, ndr)».
Quindi si tratta più di comunicazione che di una reale svolta diplomatica?
«Si parla di un possibile memorandum d’intesa. Dal punto di vista del diritto americano, però, ricordo che un memorandum of understanding non è vincolante. Definisce soltanto un quadro di discussione futura. Per questo Trump non rischia nulla nel parlarne. A differenza dell’accordo nucleare dell’era Obama (il Jcpoa del 2015, ndr), Trump insiste sul fatto che non concederà nulla senza ottenere risultati concreti e verificabili».
Quali potrebbero essere questi risultati concreti?
«Non semplici dichiarazioni sullo Stretto di Hormuz o promesse di moderazione, che possono essere ritirate in qualsiasi momento. L’obiettivo è la consegna dei 460 chilogrammi di uranio arricchito detenuto dall’Iran. Tuttavia non credo che il regime accetterà mai di farlo. Trump continuerà quindi a fare pressione economica, magari rafforzando le sanzioni, nella speranza di ampliare le divisioni interne al regime e indebolire i Guardiani della rivoluzione».
Lei crede davvero che verrà firmato un accordo?
«Sono molto scettico. Ogni volta assistiamo allo stesso schema. Alla firma imminente, segue una retromarcia all’ultimo momento. Le tensioni tornano a salire, segue una fase di scontri limitati e poi il ciclo ricomincia. Sarà così anche stavolta».
L’opposizione chiede a Trump di armare la resistenza interna. Perché non lo fa?
«Innanzitutto non sono sicuro che sia corretto dire che non esista alcun sostegno. Gli israeliani stanno già fornendo aiuti di vario tipo. Detto questo, Trump non vuole essere percepito come il promotore diretto di un cambio di regime in Iran. Non lo dirà mai apertamente. Parlerà di libertà e democrazia, incoraggerà l’opposizione, ma la sua Amministrazione è profondamente contraria a qualsiasi progetto di nation building. Dopo il fallimento in Iraq nel 2003, Trump è molto diffidente verso questo tipo di operazioni».
Quindi il cambio di regime non è tra i suoi obiettivi?
«Non direttamente. Gli israeliani ritengono che il regime possa essere rovesciato dall’interno. Servono due elementi, però. Una costante pressione economica e un’altra militare dall’esterno. Trump sembra condividere questa impostazione».
Quanto pesa il fronte libanese nei negoziati?
«Moltissimo. Hezbollah continua a lanciare attacchi contro Israele. Mentre quest’ultimo continua a rispondere con forza. L’accordo prevede una tregua sul fronte libanese. Personalmente non la vedo possibile finché Hezbollah continuerà a sparare. Israele non accetterà mai una situazione che gli impedisca di reagire. Inoltre Netanyahu è sottoposto a forti pressioni interne. Un recente sondaggio mostra che circa il 67% degli israeliani ritiene che il governo dovrebbe fare di più contro Hezbollah. E Trump ne è consapevole».
In definitiva, come vede l’evoluzione della crisi?
«Mi aspetto che continui l’attuale ciclo di negoziati, apparenti progressi, rottura improvvisa, escalation limitata e nuovo tentativo di dialogo. Credo inoltre che gli iraniani commettano un errore di valutazione. Per quasi cinquant’anni hanno trattato con Amministrazioni occidentali che, alla fine, tendevano a cercare un compromesso. Trump ha rotto questo schema, e loro non l’hanno ancora capito del tutto».
© Riproduzione riservata







