Il faccendiere
Per capire Lavitola basta guardare all’Avanti: storia di uno sfruttamento della tradizione socialista
L’abilità dell’imprenditore è quella di collocarsi nelle zone grigie e di ricavarne un’utilità propria. Chiamarla furbizia è eufemistico. Qualora “Report” venga sospeso, chissà che non spunti fuori un altro programma dal titolo “Il Report”
Per capire come si muoveva Lavitola è sufficiente ripercorrere la storia della testata “Avanti!” Il quotidiano fondato nel 1896 fu per quasi un secolo la voce del socialismo italiano, quello di Bissolati, Treves, Nenni, Pertini. Soppresso dal fascismo nel 1926, continuò a essere pubblicato all’estero e ricomparve clandestinamente in Italia nel 1943. Dopo la fine della guerra tornò nelle edicole come organo del partito socialista, fino alla crisi che nel 1993 ne determinò la sua cessazione.
Rimanevano però un patrimonio politico e milioni di italiani abituati a identificare nell’«Avanti!» il giornale di ispirazione socialista, ma non più una testata che ne pubblicava gli scritti. Solo nel 1994, l’area legata a «Critica Sociale» registrò presso il Tribunale di Milano una testata denominata «Avanti!». Successivamente, nel 2011, la cooperativa Giornalisti Editori depositò il marchio figurativo «Avanti!» che riproduceva sostanzialmente la veste grafica dello storico quotidiano. Secondo una linea ricostruttiva, i diritti sulla testata sarebbero pervenuti, attraverso atti successivi allo scioglimento del vecchio PSI, all’area di «Critica Sociale» e poi a Stefano Carluccio. Nel 2021 ripresero le pubblicazioni cartacee di un «Avanti!» collegato a «Critica Sociale», con Claudio Martelli e Carluccio.
Nel frattempo, il partito socialista italiano ricostituito utilizzava almeno dal 2012 il titolo «Avanti!» per il proprio giornale online. Il PSI rivendicava non tanto un acquisto privatistico della testata, quanto la continuità politica con lo storico partito e l’impossibilità per un privato di registrare come esclusivo un segno già appartenente alla storia e all’identità del partito. Si determinò quindi la contemporanea presenza di due iniziative editoriali: l’«Avanti!» dell’area Carluccio–Martelli–Critica Sociale e «Avanti!» del PSI. In questo contestato scenario sulla titolarità esclusiva della storica testata legata al socialismo fatto di ricorsi dinanzi al Tribunale di Roma, si inserisce la cooperativa International Press con la registrazione della testata «L’Avanti!» inizialmente diretta da Sergio De Gregorio e poi dal 2003 da Valter Lavitola. Nasce così un giornale con l’aggiunta dell’articolo «L’» davanti alla storica denominazione «Avanti!», che identifica una diversa registrazione editoriale. Ma è evidente che il giornale cercava di evocare la tradizione socialista, sfruttandone il nome e la sua storia, ma non coincideva giuridicamente con l’autentico «Avanti!» fondato nel 1896.
In diritto, si qualifica come una condotta confusoria quella di appropriarsi di segni distintivi altrui o utilizzarne uno simile per ottenere un vantaggio indebito nel pubblico che è portato a credere di leggere la continuazione dello storico quotidiano socialista e ad attribuire alla nuova testata provenienza, continuità e accreditamento politico-editoriale che essa non possedeva. Non consta tuttavia una pronuncia giudiziale che abbia dichiarato illecita la testata «L’Avanti!». Una «L» può bastare per il registro della stampa, non alla percezione del pubblico. Lavitola quindi non diresse l’«Avanti!» storico, bensì «L’Avanti!», una sua imitazione nata nel 1996. Eppure molte cronache odierne amputano l’articolo e, con essa, cade la precisione, procurando un accreditamento che non possiede e alimentando un artificio confusorio.
Ma la consonante aggiunta non è soltanto predatoria e diventa redditizia. Tra il 1997 e il 2009 la International Press ottenne ingenti contributi pubblici all’editoria ai quali, secondo gli accertamenti penali e contabili, non aveva diritto a causa di dati falsi su bilanci, costi, diffusione e vendite, fatture per operazioni inesistenti, società cartiere e prestanome, capaci di far balzare, nel secondo semestre del 2009, la percentuale di vendita dal 2,75 al 90%. Una crescita editoriale data dalla falsa documentazione. Per la truffa sui finanziamenti all’editoria, nel 2012 Lavitola patteggiò tre anni e otto mesi di reclusione. La Corte dei Conti del Lazio, con la sentenza n. 24/2015, condannò Lavitola, De Gregorio e la International Press Scarl a versare all’erario 23.879.502 euro. Quella restituzione non risulta mai integralmente eseguita. Questo è il tratto di Lavitola che gli atti ci consegnano: l’abilità di collocarsi nelle zone grigie e di ricavarne un’utilità propria. Chiamarla furbizia è eufemistico. Qualora “Report” venga sospeso per le vicende di Ranucci, chissà che non spunti fuori un altro programma dal titolo “Il Report”.
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