I giovani sembrano non esistere o esistere in misura residuale se si osserva come le città come Napoli e la sua area metropolitana rispondono in maniera solo episodica e non strutturale alle politiche giovanili e a quelle per l’infanzia e l’adolescenza. Allo stesso tempo i giovani si conquistano l’attenzione dei più grandi, dell’opinione pubblica e forse di qualche decisore pubblico, solo quando li si associa a fatti di esplosiva gravità come un delitto o una violenza. Sull’onda emotiva, di volta in volta alimentata da questo o quel fatto eccezionale, si cercano responsabilità e criticità, si tentano “diagnosi” in chiave sociologica, psicologica, economica o antropologica, come a cercare la soluzione puntuale al problema che invece richiederebbe uno sguardo più ampio, per riconoscere le diverse risorse di cui si potrebbe disporre e lavorare insieme in una logica trasformativa e inter-istituzionale.

In questa logica, vorrei riferirmi ai giovani come quella parte del “corpo sociale” che ci ricorda dell’educabilità e dell’educazione come necessità: parlare di bambini e adolescenti in generale e di giovani, di fatto rende più immediato pensare a organismi in crescita e a cittadini in formazione, e più evidente pensare agli spazi di crescita e di formazione come a delle necessità. Quei giovani di cui si parla con tanta enfasi in occasione di fatti drammatici, devono ricordarci del bisogno, oltre che del diritto, di ciascuno a crescere e formarsi in chiave di benessere e di benessere sociale. In questa chiave, le risorse spese per le politiche e i servizi socio-educativi e culturali sono un investimento utile e necessario alla crescita sana di una intera comunità territoriale.

I “Neet”, cioè i giovani compresi tra i 15 e i 29 anni che non sono occupati né coinvolti in percorsi educativi e formativi, sono diventati obiettivo di politiche ad hoc perché individuati come potenziale problema da arginare per intervenire su possibili e conseguenti forme di disagio e marginalità. Il nome dato a quei giovani ci aiuta a riconoscere la centralità dell’educazione e della formazione, oltre che la necessità di utilizzare approcci e metodologie che siano adeguate ai contesti e sfidanti per i professionisti e le istituzioni coinvolte. La mia proposta qui intende tracciare e percorrere una via ordinaria e lavorare in una logica inter-istituzionale, secondo una “armonica pedagogica” e una tessitura operata per dare una struttura agile e solida alle politiche sociali, ai servizi socio-educativi e socio-sanitari territoriali. Immagino cioè che ciascun contesto sociale si possa attrezzare per rispondere in maniera estesa e strutturale/territoriale alle necessità di tutti di crescere e di formarsi, facendo in modo che le opportunità possano andare oltre la casa e la scuola, di cui pure bisogna garantire il benessere e la “solidità”, per aprire altri spazi significativi dell’esperienza e della relazione sociale.

Ripensare le politiche e i servizi sociali a partire dai giovani e dalla loro più riconosciuta ed evidente necessità educativa, può significare strategicamente rifiutare stigmi sociali e lavorare pedagogicamente al progetto di vita di ciascuno in termini di emancipazione e trasformazione. Sono i temi su cui abbiamo costruito la nostra modernità. Lo Stato e l’importanza delle politiche sociali, unite a quelle educative e formative, sono l’impianto moderno fondato proprio sulla educabilità e quindi sulla necessità di uno “Stato sociale” in grado di agire secondo equità, giustizia sociale e “pari opportunità”.

Uscire dal clima dell’emergenza, eppur consapevoli dell’urgenza di un cambio di passo e di organizzazione, consentirebbe di lavorare per una eccezionale normalità. Quella normalità che ti fa tornare con animo rigenerativo alla riforma introdotta dalla legge 285 del 1997, confluita nella legge 328 del 2000, perché consente di riconoscere che quelle leggi hanno “normato” la pianificazione, la programmazione e la gestione delle politiche e dei servizi per i bambini e gli adolescenti riconoscendoli come parte integrante di una comunità territoriale, chiedendo ai governi locali di “attrezzarsi” per rispondere alla necessità dei cittadini più piccoli offrendo loro servizi e attività adeguate per dare vita e forma alla comunità educante.

Una svolta normativa che si attende da più di vent’anni che diventi pratica culturale e organizzativa di governo del welfare locale. Tuttora e fuori dalla intenzioni solo dichiarate su carta e sottoscritte nei Piani approvati e deliberati, è urgente una svolta e un cambio di paradigma: parlo di un cambiamento culturale e organizzativo per poter mettere in crisi e rifiutare la logica assistenziale e settoriale per qualificare le politiche sociali come parte di una strategia di sistema che riconosca la bellezza della trasversalità, della dimensione pedagogica e dell’agire educativo di cui investire gli spazi, le persone, le metodologie per costruire un nuovo patto sociale.