“La Russia voleva essere la Terza Roma”, riporta Emmanuel Carrère nel suo ultimo bellissimo romanzo, Kolchoz, “ma è diventata il Quarto Reich”. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che il regime russo, da regime criminale o al massimo di stampo mafioso, si sia trasformato in una dittatura sempre più repressiva, responsabile di gravi violazioni del diritto internazionale in una guerra che prosegue senza soluzione di continuità da ormai quasi cinque anni. Il grande equivoco che è diventato tragedia riguarda però la vera o presunta alterità della Russia: cosa distingue davvero la sua popolazione, la sua storia, la sua cultura dal regime che la governa? È un tema che ancora divide e purtroppo affascina una parte non trascurabile della nostra intellighenzia.

In questo récit autobiografico incredibilmente franco (pubblicato in Italia da Adelphi la scorsa primavera), Carrère affronta la questione partendo da una storia che ha radici profonde nella sua famiglia. La madre, scomparsa tre anni fa, era Hélène Carrère d’Encausse, di padre georgiano e madre russa, monolite di granitica integrità intellettuale e disciplina morale. Era diventata celebre in Francia e non solo per aver previsto, in un libro pubblicato nel 1978, il collasso dell’Unione Sovietica. D’Encausse sbagliò il meccanismo, prevedendo rivolte di natura etnica nelle repubbliche musulmane dell’Asia centrale. Ma fu profetica nel merito, con oltre un decennio di anticipo. Eppure, ormai anziana nel 2022, sbagliò clamorosamente (come del resto la maggior parte degli osservatori) la previsione sull’invasione russa, che secondo lei non sarebbe mai avvenuta. Era diventata forse troppo vicina a Putin, o quantomeno era arrivata a rispettarlo al punto da perdere obiettività. Da questa autocritica familiare, Carrère si lancia in una disamina dell’anima russa. Lo fa attraverso la letteratura, spaziando da Nabokov a Tolstoj, fra l’altro con un bellissimo omaggio a Guerra e pace. Ma senza commettere l’errore di valutazione che ancora alcuni intellettuali russofili fanno in Italia.

Non è vero, dice Carrère, che la gloriosa cultura russa, così avanguardista e potente, da Dostoevskij a Pasternak e Bulgakov, sia stata scollata e distinta dai regimi che hanno governato la Russia e che, con poche eccezioni, sono storicamente stati autoritari. E non è nemmeno vero che la popolazione sia aliena alla mentalità del Cremlino. Basta farsi un giro in Versilia, in posti come Forte dei Marmi, dove l’élite russa che vi soggiorna da decenni ha fatto propri gusti e abitudini occidentali senza per questo necessariamente prendere le distanze dal regime di Mosca. È qui, in realtà, che si trova il cuore del ragionamento di Carrère, costruito anche attraverso visite sul campo abbastanza rocambolesche in Russia allo scoppio della guerra con l’Ucraina.

Con una narrazione aneddotica ma granulare, Carrère ci dice che le contraddizioni che attribuiamo alla Russia sono due facce della stessa medaglia: un popolo insieme oppresso e fedele al proprio oppressore, povero eppure orgoglioso, sconfitto dalla Storia eppure convinto della propria superiorità morale. Con un colpo di coda, Carrère spiega che quello che riconcilia gli apparenti paradossi russi è l’infelicità. “La Russia vincerà”, scrive parafrasando un pensiero diffuso nella società russa, “perché la sua vita è miserabile ma la sua anima è forte”. E ancora: “Putin ha restituito orgoglio a quelli che fanno una vita di merda”. E qui sta il punto: ciò che per noi sarebbe intollerabile sopportare, non lo è in una società abituata da generazioni a considerare la privazione e l’obbedienza come condizioni accettabili dell’esistenza.

È una differenza culturale che le cancellerie europee farebbero bene a tenere a mente al prossimo annuncio trionfante di nuove sanzioni economiche. Perché il vero alleato della Russia potrebbe non essere soltanto la Cina o il Generale Inverno, ma qualcosa di più subdolo da comprendere e difficile da sconfiggere: l’abitudine a una vita grama.