Il governo sceglie la linea della prudenza e prova a circoscrivere gli effetti politici dell’inchiesta della Procura di Roma sul Ponte sullo Stretto di Messina. Mentre i carabinieri del Ros analizzano il materiale sequestrato agli indagati e dalle carte emergono nuovi dettagli sui presunti tentativi di influenzare i controlli della Corte dei Conti, dall’esecutivo arriva un messaggio chiaro: il percorso dell’opera non si ferma.
Ieri, al termine del Consiglio dei ministri, il sottosegretario Alfredo Mantovano ha evitato di entrare nel merito dell’indagine. A chi gli chiedeva un commento sulle notizie che da due giorni dominano il dibattito pubblico, ha risposto che del caso “non abbiamo parlato in Consiglio dei ministri”, limitandosi a ricordare che la conferenza stampa era dedicata ai provvedimenti approvati dal governo.

Una scelta che conferma la volontà dell’esecutivo di non alimentare polemiche e di mantenere una netta distinzione tra il lavoro della magistratura e il futuro dell’infrastruttura fortemente voluta dal vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che ancora non ha detto una parola. Per la Lega ha parlato il sottosegretario Alessandro Morelli. “Dal punto di vista amministrativo non cambia assolutamente nulla”, ha affermato, ribadendo che il percorso del Ponte “va pienamente avanti”. Per il governo, insomma, l’indagine che coinvolge l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, l’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno e l’imprenditore Vincenzo Virgiglio, non modifica il quadro autorizzativo dell’opera né mette in discussione l’obiettivo di realizzare quella che viene sempre definita come “la più importante infrastruttura del secolo”.

L’altro vicepremier, il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia Antonio Tajani, ha invitato a non interferire con il lavoro della magistratura, respingendo qualsiasi tentativo di collegare l’inchiesta al destino del progetto. “La giustizia deve fare il suo corso, però non strumentalizziamo”, ha osservato, sostenendo che quanto emerso finora non avrebbe prodotto effetti sostanziali sul percorso dell’opera. L’ex governatore del Veneto Luca Zaia, e futuro numero due della Lega, si è limitato a una formula tradizionale: “Fiducia nella magistratura”. Nessun attacco ai magistrati e nessuna polemica istituzionale, almeno per il momento.

Se la maggioranza tenta quindi di abbassare i toni, le opposizioni hanno scelto di alzare il livello dello scontro. Partito democratico, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno chiesto formalmente un’informativa urgente della presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Camera. Tra i più duri, ovviamente, i pentastellati. Per Giuseppe Conte si tratta di un progetto “fallato” con “l’ombra della corruzione”. Per il leader del M5S, le risorse destinate all’opera dovrebbero essere reindirizzate verso altre priorità infrastrutturali del Paese. Angelo Bonelli ha chiesto le dimissioni dell’amministratore delegato della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci. Per Bonelli, il vero nodo non è soltanto l’inchiesta ma la scelta di procedere con un progetto superato e che grava interamente sulle finanze pubbliche. Ad alimentare il dibattito hanno contribuito ieri anche le parole del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia. In un’intervista a Repubblica, il numero uno dell’Anac ha definito addirittura “elevatissimi” i rischi di corruzione e infiltrazione mafiosa legati a un’opera di queste dimensioni, sostenendo inoltre che alcune modifiche normative degli ultimi anni avrebbero indebolito gli strumenti di prevenzione e controllo della pubblica amministrazione.

Intanto l’indagine prosegue. Ieri è emerso che, secondo l’ipotesi accusatoria, i protagonisti della vicenda avrebbero tentato senza successo di avvicinare anche altri due magistrati contabili chiamati a occuparsi del dossier Ponte. I giudici, secondo quanto riferiscono gli inquirenti, non avrebbero dato seguito alle sollecitazioni ricevute.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere