Il prezzo della benzina è una sorta di tassa sul macinato nelle società signorili di massa come i Paesi del Vecchio Continente. In Italia, l’imposta indiretta sulla lavorazione del frumento e dei cereali, voluta dalla Destra storica per arrivare a pareggio del bilancio, entrò in vigore il 1° gennaio 1869. A seguito delle rivolte popolari scoppiate per le sue gravi conseguenze, già il 26 gennaio 1869 il Senato conferì al generale Raffaele Cadorna pieni poteri per la repressione. La storia – mutatis mutandis – si è ripetuta in Francia nell’autunno del 2018 con il movimento spontaneo dei “gilet gialli”, (in)sorto per contestare l’aumento delle accise sui carburanti e protagonista con scadenza settimanale di proteste, distruzioni e violenze nelle principali città.

Gli interventi favoriscono i più ricchi

Oggi l’Iran risponde agli attacchi israelo-americani cercando di mettere in crisi l’economia dell’Occidente. Il governo italiano ha stanziato complessivamente oltre 2 miliardi di euro per contrastare l’emergenza del caro carburanti nell’arco del 2026. Il decreto-legge varato a fine luglio 2026 ha aggiunto altri 125 milioni di euro destinati al prezzo del gasolio. Si tratta di risorse importanti ma sprecate: ridurre il costo di un bene di cui si è diminuita la disponibilità fisica è un’operazione che fa a pugni con le regole elementari di un’economia di mercato, soprattutto quando si ritiene che il problema sia quello di affrontare una fase delle guerre in atto destinata prima o poi a chiudersi con accordi di pace. Inoltre, l’esperienza insegna che questi interventi generalizzati favoriscono i percettori dei redditi più elevati. E giustamente il governo Meloni alla loro scadenza non aveva voluto rinnovare – nonostante le critiche –  le misure assunte dall’esecutivo presieduto da Mario Draghi e varate in un contesto molto più difficile dell’attuale. Non risultano interventi analoghi assunti in altri Paesi, dove sono stati privilegiati stanziamenti a favore dei settori produttivi.

Le opposizioni rivendicano tagli delle accise più organici

Bene ha fatto la Commissione europea a consentire all’Italia uno sforamento del deficit solamente per misure di carattere strutturale sull’energia. Le opposizioni rivendicano tagli delle accise più organici e agitano il dramma dei poveri italiani davanti alla pompa di benzina, come se non esistessero gli esodi di massa bollinati di rosso sulle autostrade.

Prezzo benzina, in Francia e Germania costa di più

Ci sono poi altri aspetti che meriterebbero di essere conosciuti. In Italia un litro di carburante costa in misura eguale o inferiore che in altri Paesi, soprattutto confinanti, da dove gli automobilisti vengono a fare il pieno da noi. In Italia, il 28 luglio, il prezzo medio della benzina da 95 ottani era pari a 2,072 euro al litro, quello del diesel a 2,274. In Francia rispettivamente 2,052 e 2,134. In Svizzera l’equivalente di 2,12 e di 2,23 euro. In Germania rispettivamente 2,184 e 2,169 euro. Nei Paesi Bassi 2,274 e 2,367 euro. Ma è “politicamente corretto” piangersi addosso.