La guerra contro Israele
Pronti alla vendetta contro chi attacca i nostri proxy, il regime iraniano inaugura la nuova via della deterrenza
Quella a cui stiamo assistendo tra Usa e Iran è una guerra ideologica ispirata da un dogma ferreo a cui Trump non potrà porre fine. Washington ha bisogno di un accordo, ma Teheran ha bisogno di un nemico. Per quasi cinquant’anni, la Repubblica islamica dell’Iran si è preparata a una guerra che Donald prevedeva che sarebbe durata pochi giorni. Ma ora, da Beirut a Bab el Mandeb, l’Iran sta mettendo alla prova una nuova strategia di deterrenza.
Teheran considera il suo ultimo scontro con Israele un momento cruciale per lanciare un messaggio ben preciso, e cioè che qualsiasi attacco contro i suoi alleati regionali scatenerebbe una rappresaglia diretta e immediata. Ciò che va messo in evidenza è il fatto che la Repubblica islamica presenta lo scambio militare di questa settimana con Israele come qualcosa di ben più di una semplice rappresaglia limitata. Lo scontro tra Iran e Israele ha segnato l’emergere di una nuova realtà regionale, in cui gli attacchi contro i proxy iraniani, in particolare quelli in Libano, possono innescare a Teheran un’azione militare iraniana diretta. Hezbollah non è solo il tentacolo più potente della Repubblica islamica in Medio Oriente e in diverse altre parti del mondo come in America Latina, ma è parte del sistema delle Forze Quds dei Guardiani della rivoluzione.
La campagna di comunicazione della Repubblica islamica che ha fatto seguito all’escalation del 7-8 giugno è stata straordinariamente coerente. Dai comandanti militari di alto livello ai giornali e alle emittenti televisive dei Pasdaran, le dichiarazioni convergono su un unico tema: le regole di ingaggio sono cambiate. Lo scambio aereo è iniziato dopo che gli attacchi israeliani hanno preso di mira i sobborghi meridionali di Beirut, una roccaforte di Hezbollah. L’Iran ha risposto con attacchi missilistici contro obiettivi israeliani, i primi diretti contro Israele dal cessate il fuoco di aprile. Successivamente, Israele ha bombardato obiettivi iraniani, tra cui installazioni radar e un impianto petrolchimico nel sud-ovest, provocando ulteriori risposte missilistiche iraniane.
Lo scontro ha stabilito quella che molti hanno definito come una “nuova equazione” nella sicurezza regionale, un’equazione che collega direttamente la strategia di deterrenza dell’Iran alla sicurezza del cosiddetto “Asse della Resistenza”. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato che Teheran ha “definito una nuova via di deterrenza”, mentre i giornali della linea dura hanno osservato che le “regole di combattimento” sono cambiate radicalmente. Al centro di questa narrazione c’è l’affermazione che Teheran sia riuscita a imporre una nuova linea rossa: gli attacchi contro le aree del Libano controllate da Hezbollah non possono più essere considerati un teatro di guerra separato e isolati dal coinvolgimento diretto dell’Iran.
Tale concetto è stato espresso in modo particolarmente chiaro dall’agenzia di stampa iraniana del club dei giovani giornalisti dei Pasdaran (la Young Journalists Club), la quale ha sostenuto che la recente operazione mirava a dimostrare che la sicurezza del “Fronte della Resistenza” è inseparabile dalla sicurezza nazionale iraniana. In altre parole, Teheran sta segnalando che futuri attacchi contro alleati chiave potrebbero provocare una rappresaglia diretta da parte dell’Iran, anche quando quest’ultimo non è l’obiettivo primario. Tale posizione rappresenta un’importante evoluzione nella comunicazione strategica della Repubblica islamica.
Per anni, l’Iran si è affidato per promuovere l’agenda della rivoluzione khomeinista antiamericana, antisraeliana, antioccidentale – e per proiettare la propria influenza nel mondo, in larga misura, a una rete di partner regionali tra cui Hezbollah in Libano, gruppi armati in Iraq, gli Houthi in Yemen e a fazioni palestinesi – evitando un coinvolgimento diretto nei conflitti. Sebbene Teheran avesse fornito supporto e coordinamento a queste organizzazioni terroristiche, aveva sempre cercato di evitare una risposta in prima persona. Ora l’Iran ha descritto i suoi attacchi anche come una dimostrazione della volontà di Teheran di difendere attivamente la più ampia rete di alleanze che ha coltivato nel corso dei decenni. Questa narrazione è strettamente legata anche a un secondo obiettivo: proiettare un’immagine di ripresa e fiducia dopo mesi di conflitto, e lo fa perseguendo con gli Usa un “negoziato apparente” con il tipico stile negoziale iraniano noto nel mondo come “stile bazar”, e cioè con contrattazione continua e instancabile, soprattutto per guadagnare tempo e riorganizzarsi. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, nelle sue memorie diplomatiche del 2025 ha descritto questo metodo come “un processo di interazione che richiede grande pazienza e tempo“, e quindi “chi si stanca e si annoia facilmente perderà”.
Ora anche lo Stretto di Bab el Mandeb rischia di diventare un altro Hormuz. Teheran vuole che l’opinione pubblica nazionale che sta lottando letteralmente per il pane quotidiano, quella regionale e internazionale credano che la Repubblica islamica abbia riconquistato l’iniziativa strategica. L’emergere dello Yemen come elemento di spicco della narrazione rafforza quanto stiamo sostenendo. Esmail Qaani, comandante della Forza Quds dei Guardiani della rivoluzione islamica, ha descritto la creazione di una “cintura di sicurezza della Resistenza” che si estenderebbe “dallo Stretto di Hormuz a Bab el-Mandeb e dal Golfo Persico al Mar Rosso”. Anziché considerare Libano, Yemen, Iraq o il Golfo come arene separate, i Pasdaran descrivono queste regioni sempre più spesso come componenti di un unico campo di battaglia strategico. Evidenziando il lancio di missili dallo Yemen e i riferimenti a Bab el Mandeb, il comandante intransigente a capo delle operazioni all’estero del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche sottolinea l’ampiezza geografica della rete che, a suo dire, può infliggere danni a Israele e agli Stati Uniti.
Trump potrebbe certamente sospendere la sua guerra contro l’Iran, ma la guerra ideologica che la Repubblica islamica combatte da 47 anni contro “il Grande Satana, l’America, e la sua bestia addestrata, il regime sionista” – per usare le recenti parole dell’ayatollah Mojtaba Khamenei, Guida Suprema – continuerà senza sosta. I negoziati tra Stati Uniti e Iran non portano né a fiducia né a una soluzione. Non esiste uno scenario vantaggioso per entrambe le parti. Le ambizioni nucleari di Teheran, le minacce di chiudere lo Stretto di Hormuz, i gruppi armati regionali e i programmi missilistici continueranno a rappresentare una minaccia per il Medio Oriente e per l’Occidente finché la Repubblica islamica sarà al potere.
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