Che Ratcliffe abbia visto o meno Putin conta il giusto. Quello che importa è il motivo di questa missione. E qui si apre un bivio.
Opzione 1: è possibile che il direttore della Cia sia stato inviato da Trump per smorzare le tensioni. Il presidente Usa, si sa, nutre un debole per l’autocrate russo. Al ringhio mostrato da Francia e Gran Bretagna l’altro giorno a Kyiv, in occasione dei 35 anni dell’indipendenza ucraina, Trump è plausibile che intenda contrapporre un ramoscello d’ulivo. Rientra nella logica del Taco (Trump always chickens out). Prima dice agli alleati europei che devono arrangiarsi e pensare di difendersi da soli, poi quando questi iniziano davvero a farlo, si mette di traverso e va a parlare con il nemico.

“Kaliningrad no secondo fronte guerra in Europa”

Opzione 2: Radcliffe potrebbe essere andato a consegnare nelle mani di Putin un warning a nome di tutta la Nato. «Non fare sciocchezze», può avergli detto. «Kaliningrad non deve diventare un secondo fronte di guerra in Europa». Secondo il Wall Street Journal, l’intelligence occidentale ha rilevato una serie di esercitazioni del Cremlino destinate a verificare la capacità di sostenere una nuova mobilitazione appunto in quell’exclave russa sul Baltico, stretta fra Polonia e Lituania. Il confine tra queste due, noto come corridoio Suwałki, è la lingua di terra attraverso cui passano i collegamenti fra i Paesi baltici e il resto della Nato. In uno scenario di conflitto, chiudere quel passaggio significherebbe isolare Estonia, Lettonia e Lituania dagli alleati occidentali. Per questo Suwałki viene considerato da anni uno dei punti più vulnerabili dell’Alleanza atlantica. D’altra parte, Kaliningrad è la rappresentazione plastica della psicosi dell’accerchiamento tipica dei russi.

Messa così, quello di Radcliffe è da prendere come un avvertimento? Se sì, i precedenti non inducono all’ottimismo. Era il novembre del 2021 quando Joe Biden mandò William Burns al Cremlino perché già si temeva l’invasione dell’Ucraina. Sappiamo com’è andata a finire. Tanto meno di buon auspicio sono le reazioni a caldo. Ieri il presidente bielorusso. Alexander Lukashenko ha ordinato un’ispezione a sorpresa sulla prontezza operativa delle sue forze qualora anche Minsk dovesse scendere in campo. Mossa, sempre secondo il Wall Street Journal, suffragata da Putin. Per inciso: la Bielorussia dista appena sessanta chilometri da Kaliningrad. D’altra parte, neanche gli alleati occidentali degli Usa si sono stracciati le vesti alla notizia del numero 1 della Cia a Mosca. Le forze ucraine hanno ripreso gli attacchi contro Wildberries, il più grande rivenditore online russo – a Kotovsk, nella regione di Tambov – accusato di essere anche un hub per gli approvvigionamenti delle truppe al fronte. A Kyiv era stato chiesto di sospendere temporaneamente gli attacchi su Mosca e San Pietroburgo durante la trasferta di Radcliffe. Il raid fa capire che l’Ucraina riconosce le ragioni degli amici. Ma ha una guerra da fare.

Sulla stessa linea i volenterosi. Macron ha telefonato a Lukashenko invitandolo a starne fuori. «Il Regno Unito non cambierà rotta sul sostegno all’Ucraina», ha detto a sua volta il premier britannico, Andy Burnham. Che l’opzione di Washington sia la 1 o la 2, Parigi e Londra sono sul sentiero di guerra. E non saranno gli inaffidabili Usa a far loro cambiare idea. Come poi si declini questa danza di guerra europea è ancora tutto da definire. Quanto Francia e Regno Unito si sono spese di più rispetto all’Italia accusata di fornire all’Ucraina soltanto generatori? Hanno inviato propri uomini al fronte? Ufficialmente no. Hanno effettuato raid sui cieli di Mosca? Meglio augurarsi il contrario.

L’Italia, i missili per Kyiv con i fondi Safe

La polemica di una Roma troppo prudente a sostegno di Kyiv vale il tempo che trova, quindi. E non va oltre le Alpi. Ieri la Commissione Ue ha ricevuto la lettera con cui l’Italia dichiara di usare i fondi del Safe. I miliardi chiesti alla fine sono 8, su 14,9 “prenotati” in origine. Indiscrezioni di Repubblica dicono che il tredicesimo decreto sugli aiuti all’Ucraina dovrebbe comprendere nuovi sistemi destinati alla difesa aerea. Nel dettaglio quattro batterie Samp-T NG di nuova generazione, sette radar a lungo raggio – sei francesi Thales e uno Leonardo – e la produzione in Ucraina degli intercettori Aster 30 N1BT.

Nell’immediato inoltre, l’Italia dovrebbe prelevare dai propri depositi missili Aster 30 da consegnare a Kyiv entro ottobre. L’operazione complessiva avrebbe un valore vicino ai 3 miliardi di euro, finanziati attraverso appunto strumenti europei. “Generatori nei comunicati. Armi nei decreti. Silenzio per gli italiani”. Ha commentato sui social Vannacci. Ha ragione. Ma senza spazi di polemica. L’Italia ripudia la guerra in maniera dogmatica. Rifiuta anche l’evidenza dei fatti. C’è una guerra che l’Ucraina sta combattendo per noi. Il minimo che possiamo fare è procurarle le cartucce. «È una scelta di buon senso», per usare le parole del ministro della Difesa, Guido Crosetto.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).