Letture
La scoperta della scrittrice austriaca tra le due guerre
“Quattro volte me”, una donna, tante donne: c’è Freud dietro Maria Lazar
Una donna. O sono quattro, le donne? Questo è il dilemma. Appunto, “Quattro volte me” è il titolo del romanzo di Maria Lazar (a cura di Albert C. Eibl, traduzione di Laura Guarino, Adelphi) rimasto in qualche cassetto per quasi cento anni e da poco venuto alla luce. Maria Lazar, nata in Austria a fine ‘800, sta venendo riscoperta proprio in questi anni. Fu una eccellente scrittrice in quella grande arena letteraria austriaca dei primi tre decenni del Novecento irrigata da due poderosi affluenti: il freudismo e la crisi morale tra le due guerre mondiali. Qui Freud c’entra parecchio nella invenzione di una personalità addirittura quadrupla: l’io narrante e le sue tre amiche, Ulla, Grete e Anette. In più, in questa sorta di diario intimo, compare l’Estranea, il mostro che sta da qualche parte nel nostro cervello e che appare e scompare come un fantasma senza che se ne riesca ad afferrare l’identità. Un fantasma che si aggira dentro di noi.
Nel fluire del racconto onirico e magico, surreale e sensuale, tutto è etereo, indecifrabile. Ecco la narratrice: «In realtà non sono niente. E il fatto è proprio questo. È la ragione per cui scrivo questi appunti, forse ne uscirà un libro, una confessione, Dio solo sa che cosa. Per me fa lo stesso». E ancora: «Ma, di nuovo, dove sono? Oggi – sì, oggi. Tutto questo qui non c’entra niente, è completamente fuori luogo. Non intendo fare il resoconto di una qualche complicata storia d’amore con tradimenti e adulteri e simili. Racconto soltanto la mia infanzia, la mia giovinezza, con i suoi dolori, le sue lotte, i suoi sbagli, e quando sarà tutto scritto qui, e poniamo che addirittura lo si stampi nero su bianco, letteralmente nero su bianco».
Il “diario” della protagonista così si snoda tra desideri, immagini, ricordi veri e falsi, apparizioni. Le storie si sbriciolano nel ricordo ma mantengono una loro forza narrativa. C’è qualcosa di Kafka, una scrittura sottilmente nervosa ma trasparente come l’acqua, c’è una qualche sensualità schnitzleriana, c’è la paura, paura del fidanzato, dello spasimante, di tutti: «Qualcuno mi spia. Mi spia da tutti gli specchi. Io non riesco più a guardarmi in faccia». Maria Lazar parla in un’epoca in frantumi, storicamente e umanamente. Le tre amiche sono vere ma sono false, e tutte insieme compongono l’anima della protagonista, una ribelle ante litteram: “Ma insomma me ne infischio della cultura e della letteratura”. E la immaginiamo mentre fugge lontano tappandosi le orecchie urlando, come nel quadro di Munch.
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