La violenza
Rabbino aggredito a Milano, la politica milanese e nazionale è rimasta in silenzio
Il 16 settembre un rabbino della Comunità ebraica di Milano è stato preso a calci, pugni e sputi da tre giovani alla fermata dell’autobus di Bande Nere. Un giudice ha già qualificato l’episodio come violento e dettato da odio religioso. Non è la prima aggressione di questo tipo, e temo non sarà l’ultima: proprio per questo la vera domanda non riguarda il singolo fatto, già ampiamente ricostruito, ma quello che ne segue, o che non ne segue. Il governo ha reagito con la tempestività che ci si aspetta di fronte a un reato d’odio: Giorgia Meloni ha parlato lo stesso giorno di “episodio vile e inaccettabile”, definendo l’antisemitismo “una piaga che non possiamo e non vogliamo tollerare in alcuna forma”. Le hanno fatto eco, con toni altrettanto netti, diversi ministri e parlamentari di maggioranza. È il tipo di solerzia che un fatto simile merita, e che andrebbe replicata ogni volta, senza eccezioni e senza gerarchie di gravità.
Perché il punto non è il singolo episodio, ma il clima che lo rende possibile. Come sostiene da tempo Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica milanese, la propaganda che dalla legittima critica alle politiche del governo israeliano scivola nell’esaltazione indiscriminata della causa palestinese finisce, in troppi casi, per alimentare un pregiudizio antiebraico più ampio e meno dichiarato: è quella la linfa di cui si nutrono episodi come questo. Non è un meccanismo nuovo nella storia europea: un clima di ostilità diffusa, alimentato da silenzi e ambiguità, ha sempre preceduto, e reso possibile, i fatti più gravi, come avvenne, con proporzioni ben diverse ma con una dinamica per certi versi analoga, alla fine degli anni Trenta del secolo scorso. Ed è proprio su questo terreno che il resto della politica milanese e nazionale ha mancato l’appuntamento. Il sindaco Beppe Sala ha atteso il 17 settembre per un commento, e quando è arrivato è suonato più come un invito alla prudenza generica (“fatti che non dovrebbero avvenire, purtroppo ogni tanto succedono”, con l’auspicio di una “pacificazione tra mondi in conflitto”) che come una condanna netta di chi ha colpito un uomo per la sua appartenenza. Sul fronte dell’opposizione, alcuni parlamentari del Pd, di Azione e di +Europa si sono espressi con parole di solidarietà; ma è mancata, per quanto risulta, una presa di posizione univoca e corale, e soprattutto quella dei leader: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni non hanno preso pubblicamente posizione sull’episodio.
Non è un dettaglio procedurale. Isolare chi commette un reato d’odio richiede che attorno a lui si stringa un fronte compatto, senza distinguo di appartenenza politica: è quel fronte, non la singola condanna, a rendere costoso ripetere la violenza. Ogni voce che manca, specie se autorevole, lascia uno spazio che qualcun altro riempie di normalità. Il silenzio, oggi come allora, resta l’errore più grave che si possa commettere: non perché equivalga alla violenza, ma perché la rende un poco più accettabile ogni volta che si ripete senza una reazione all’altezza. La Comunità ebraica milanese ha convocato per il 22 settembre una manifestazione di solidarietà in piazza San Carlo: sarà l’occasione, per chi finora ha taciuto o si è limitato a una nota generica, di colmare la distanza. Ma sarebbe un errore pensare che basti esserci una volta, quando i riflettori sono ancora accesi. La colpa, in questo senso, è collettiva; di chi grida forte una volta sola e poi si volta altrove, di chi tace per calcolo elettorale, e di chi si abitua a considerare l’ennesimo episodio meno grave del precedente. Contro l’assuefazione non basta una dichiarazione di circostanza: serve la stessa intensità di indignazione ogni volta, anche quando non fa più notizia.
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