L'intervista
“Rafforzare la sicurezza del Mediterraneo, difendiamoci dalle minacce ibride russe”, parla Kaush Arha
Kaush Arha, presidente del Free and Open Indo-Pacific Forum, Senior Fellow presso l’Atlantic Council ed esperto di affari internazionali con una lunga esperienza nelle amministrazioni statunitensi, non ha dubbi: «È tempo di rafforzare la sicurezza del Mediterraneo».
All’ultimo vertice Nato di Ankara, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito che il Fianco Sud della Nato è una priorità assoluta.
«È corretto. Direi di più: l’Italia ha e deve assumere sempre più un ruolo centrale nel rafforzamento della Nato e del fianco meridionale dell’Europa. Per l’Italia, il Fianco Sud rappresenta naturalmente il punto in cui l’interesse nazionale si intreccia con la sicurezza dell’intera Alleanza».
Come?
«Occorre un’Alleanza di Sicurezza per il Mediterraneo. L’Italia – proprio come ha fatto con il Piano Mattei per l’Africa – può essere ancora una volta protagonista. Questo progetto economico deve ora affiancarsi una dimensione di sicurezza. Come per la proposta saudita, l’Italia può puntare a costruire un’architettura simile in partnership con la Nato, l’Ue, Israele e i Paesi del Nord Africa lungo il Mediterraneo».
La crisi migratoria a Ceuta ha ricordato a molti il dramma degli sbarchi incontrollabili e dei numeri di morti in mare altissimi. Questa spinta dall’Africa verso l’Europa, spesso scatenata da reti criminali, è una minaccia?
«Non si può colpevolizzare chi rischia la vita in mare cercando di fuggire dal proprio Paese d’origine in cerca di una vita migliore altrove. Attori statali maligni e reti criminali sfruttano la loro disperazione. Ma è chiaro che dietro queste crisi, che destabilizzano l’intera regione, si celano altre minacce collegate agli altri fronti caldi dell’Alleanza».
È plausibile che vi sia il Cremlino dietro la massiccia diffusione delle immagini di Ceuta sulle piattaforme social?
«Non so se ci siano prove dirette di un coinvolgimento diretto di Mosca nell’amplificazione mediatica di questa crisi, ma sappiamo benissimo come agisce in altre aree, penso al Baltico o al Mar Nero. La guerra ibrida russa in quelle regioni è ampiamente documentata. Pertanto, se possono farlo lì, non c’è motivo di pensare che non replichino lo stesso “trucco” altrove, magari lungo le coste del Mediterraneo. Si tratta di minacce ibride da cui dobbiamo proteggerci, ovunque».
Dinanzi queste tensioni, talvolta l’opinione pubblica dimentica l’immenso valore strategico del Mar Mediterraneo. Più che una risorsa, la gente vede il Mare Nostrum come una piaga.
«Certamente le infrastrutture strategiche nel Mediterraneo, a causa delle crisi di diversa natura, sono diventate più vulnerabili. Richiedono un livello di sicurezza maggiore. Detto questo – forse perché sono americano e, a differenza degli europei, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno – il Mediterraneo è, sotto ogni aspetto, una enorme opportunità di sviluppo e crescita per un Paese come l’Italia».
È ancora oggi, come ha scritto lo storico Abulafia in “The Great Sea”, il mare del mondo?
«Senza dubbio. Lo è stato, lo è e continuerà a esserlo in futuro. Tre continenti — Europa, Africa e Asia — si incontrano qui. Nemmeno gli oceani mettono in connessione così tante culture e popoli. Oggi, mentre la globalizzazione si struttura sempre più a livello regionale — come dimostrano i molti corridoi economici che stanno prendendo forma, dall’iniziativa IMEC che collega l’Indo-Pacifico al Mediterraneo fino ai progetti infrastrutturali nell’Asia centrale — il Mediterraneo è destinato a diventare ancora più centrale».
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