Una nuova fiammata. Improvvisa ma non completamente inattesa. Ieri notte le forze armate americane hanno colpito due rampe di lancio iraniane nell’isola di Larak, uno dei luoghi con cui i Pasdaran controllano lo Stretto di Hormuz. Secondo il Comando centrale americano, il Centcom, il raid è servito a eliminare la possibilità che gli iraniani stessero per piazzare altre mine navali alle porte del Golfo Persico. Teheran ha reagito lanciando missili contro le basi americane in Giordania.

Donald Trump, nelle stesse ore in cui avvenivano gli attacchi, ha pubblicato sul social Truth un video generato dall’Intelligenza Artificiale in cui veniva rappresentato un ipotetico bombardamento non su Larak, ma sull’altra isola, quella di Kharg, e in cui si vede una petroliera colpita insieme a un deposito di petrolio. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, partito per Bishkek per il vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, ha ribadito la linea della Repubblica islamica. “Non stiamo cercando la guerra”, ha detto, “ma non rimarremo mai calmi di fronte a qualsiasi aggressione e daremo una risposta decisiva agli aggressori”. Ma dopo che Centcom ha detto che non si è trattato di una “aggressione” quanto di un’operazione di autodifesa per mantenere libera la navigazione, Trump è tornato a minacciare. Ai microfoni di Fox, il presidente degli Stati Uniti ha lanciato un monito nei confronti degli iraniani: “Li colpiremo duramente”. “Desiderano incontrarsi a tutti i costi”, ha continuato il tycoon, ma “non so se si possa contare su un accordo con loro. Le sanzioni stanno avendo un impatto davvero forte“. E così, tra Washington e Teheran, l’orologio sembra essere tornato indietro di almeno un mese. Cioè da quando i raid Usa sull’Iran e i missili dei Pasdaran tra Golfo e Giordania sembravano il preludio di una nuova campagna militare su vasta scala con il punto interrogativo rappresentato dal coinvolgimento di Israele.

La partita non è semplice, né si sa se sarà l’inizio di una nuova fase di tensioni belliche. Trump aveva frenato i bombardamenti per almeno due ragioni. Da una parte ci sono stati gli avvertimenti del Pentagono sul rapido esaurimento delle scorte di missili, sia quelli per attaccare Teheran sia quelli per intercettare i missili e i droni lanciati dai Guardiani della Rivoluzione. I media Usa hanno più volte sottolineato il problema e le fonti del Pentagono hanno suggerito che si era arrivati a un punto critico, tanto che ieri la Difesa ha siglato accordi per aumentare velocemente la produzione di missili per la contraerea. Allo stesso tempo, The Donald, consapevole dell’impossibilità di proseguire il conflitto con le modalità dei precedenti mesi, ha iniziato a cercare strade alternative ai raid dopo aver visto che questi non stavano provocando gli effetti desiderati.

E così, nell’attesa di capire se e come far ripartire il negoziato, Trump ha ordinato insieme al segretario al Tesoro Scott Bessent un nuovo assedio economico. Una “Epic Fury” sul piano finanziario per piegare Teheran con sanzioni, blocco navale e minacce di colpire tutti i partner commerciali dell’Iran. L’idea piace ancora alla Casa Bianca. “L’Iran è ufficialmente una nazione fallita. È morto. L’inflazione è al 300% e i suoi dirigenti sono nella più totale confusione”, ha scritto Trump su Truth. Eppure, il messaggio arrivato con i raid è che la frustrazione di Trump rimane alta. Finché la Repubblica islamica avrà dalla sua Cina e Russia, difficilmente i provvedimenti Usa avranno delle ricadute così disastrose sul regime. E non è un caso forse che questa nuova escalation sia arrivata proprio mentre in Kirghizistan si teneva il vertice della Sco, dove Mosca e Pechino spingono per un sistema alternativo a quello occidentale. L’attacco a Larak, un centro nevralgico per il controllo di Hormuz ma non un hub del petrolio come Kharg (spesso minacciata di essere occupata o bombardata per interrompere i flussi di greggio), può essere così letto anche come un avvertimento verso chi è ancora cliente di Teheran.