Dal pulpito alla Procura
Ranucci e la “Barbaria” delle risposte mancate: il metodo Report e il dogma dell’inviolabilità tra screenshot, omissioni e chat fantasma
C’è un momento, nelle vicende torbide, in cui le smentite smettono di bastare. Arrivano i documenti, compaiono gli screenshot, emergono le telefonate. E quello che fino al giorno prima poteva essere liquidato come una ricostruzione giornalistica diventa una domanda alla quale bisogna rispondere. È quello che sta accadendo a Sigfrido Ranucci. Qualcuno, nel frattempo, lo accompagni nella redazione dei suoi post. Hanno un aspetto sempre più teso, scontroso, amareggiato. E soprattutto sempre meno giornalistico. La bile non aiuta lo stile, i refusi si moltiplicano. Nell’ultimo sfogo social Ranucci scrive di trovarsi nella «barbaria». Non sappiamo a quale zona geografica si riferisca. Se intende il Paese, il dibattito pubblico o semplicemente il momento che sta vivendo. Di certo il vittimismo non sostituisce le risposte.
Le nuove rivelazioni pubblicate da Open aggiungono materiale pesante al già intricato rapporto tra l’ex conduttore di Report e Valter Lavitola. Al centro c’è una chat tra Laura Cianfoni, collaboratrice di Ranucci, e Natalia Potenza, ex compagna di Lavitola. Non una voce, non un’indiscrezione: ci sono screenshot dei messaggi. E c’è un orario che pesa: le 4.12 del mattino del 5 luglio, quando alla Potenza viene trasmessa l’ordinanza relativa all’arresto degli esecutori dell’attentato contro Ranucci. Quelle che non aveva nessuno. Sono uscite da una Procura, quelle carte? Da quale Procura? Sono arrivate a Ranucci, che le ha date alla sua confidente Cianfoni? Ranucci sostiene ora che l’ordinanza era già pubblica (ma non risulta) e ammette che l’invio sarebbe avvenuto su sua richiesta. Questo proverebbe che qualche Procura l’ha fatta arrivare a Ranucci ancora prima che si parlasse di Lavitola come mandante. Una versione che ora si misura con gli screenshot pubblicati e con la sequenza dei messaggi. Ed è proprio qui che il caso si fa interessante. Perché alle 4.27, appena un quarto d’ora dopo, arriva un’altra pagina dell’ordinanza. È sottolineato il nome «Corrado», quello comparso in una conversazione intercettata dagli investigatori. Poche ore dopo, secondo quanto riferito da Open, ci sarebbe stata una lunga telefonata tra Ranucci e Lavitola. L’avvocato di Potenza sostiene che in quella conversazione i due avrebbero discusso possibili alibi. È un’accusa.
Non è una sentenza. Ma è un’accusa che, proprio perché investe una vicenda già al centro di un’inchiesta giudiziaria, merita di essere verificata fino in fondo. E qui arriviamo al punto. Se davvero non c’è nulla di ambiguo, la strada è molto più semplice: spiegare tutto. Spiegare perché una collaboratrice vicina a Ranucci abbia trasmesso quell’ordinanza a una persona legata a Lavitola prima ancora che Lavitola fosse pubblicamente indicato come autore dell’attentato. Spiegare dunque perché Ranucci si prodigò così tanto, proprio in quelle ore. Spiegare la telefonata. Spiegare il rapporto con Lavitola. Spiegare le frequentazioni. Spiegare i vuoti nelle conversazioni. Perché anche questo emerge dalle nuove indiscrezioni: nell’analisi dei dispositivi sequestrati sarebbero comparsi buchi temporali nelle chat tra Ranucci e Lavitola, con cancellazioni che gli investigatori stanno esaminando. Il problema, dunque, non è il titolo colorito di Natalia Potenza. Quello può essere una provocazione, una vendetta personale, uno sfogo. E infatti resta tale. Il problema sono i documenti, le cronologie, le comunicazioni, i dati che possono essere verificati. E c’è un’altra questione che non può essere rimossa con una battuta: il rapporto tra Ranucci e Lavitola non nasce ieri. È una relazione che il giornalista ha sempre rappresentato alla luce della propria attività professionale.
Ma oggi, alla luce dell’inchiesta sull’attentato e delle nuove acquisizioni investigative, quel rapporto va ricostruito con una precisione ancora maggiore. E soprattutto: perché, ogni volta che emerge un nuovo elemento, invece di aumentare la trasparenza aumentano le smentite? Il giornalista che ha passato una vita a chiedere conto agli altri non può pretendere per sé uno statuto speciale. Chi ha fatto dell’esposizione delle contraddizioni altrui una professione non può considerare persecutoria ogni domanda sulle proprie. Ora la parola passa agli investigatori. Devono risentire Ranucci come persona informata dei fatti. E forse è la sede migliore perché le sue deposizioni possano essere incrociate con quanto ha la Procura in mano. Stanno arrivando, sembra, anche le perizie tardivamente richieste sui tanti messaggi cancellati da Ranucci e da Lavitola. E non è il solo giro di vite: accertamenti patrimoniali sono stati disposti dalla Procura di Roma sul ristorante Bistrò Cefalù. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti figurano il riciclaggio e l’intestazione fittizia di beni: gli accertamenti puntano a ricostruire disponibilità e flussi finanziari.
© Riproduzione riservata






