Nelle quasi 200 pagine dell’ordinanza, firmata dal Gip del tribunale di Roma Iole Moricca, che ha disposto il carcere per Valter Lavitola. ritenuto il presunto mandante della bomba fatta esplodere all’esterno dell’abitazione dell’amico e giornalista Sigfrido Ranucci, emerge l’estraneità del conduttore di Report al piano criminale del noto faccendiere. Da una parte i due, che andavano a cena anche tre volte al mese, erano in sintonia sul progetto politico che aveva obiettivo la candidatura di Ranucci come leader politico del centrosinistra.

Secondo Lavitola, infatti, l’amico poteva arrivare anche a raccogliere il 30% dei voti e lo incoraggiava costantemente a lasciare il giornalismo per la politica. Dal canto suo, Ranucci ha partecipato attivamente alla composizione delle domande, tanto da integrare personalmente la griglia dei quesiti per i sondaggi sulla sua popolarità, aggiungendo temi come l’intelligenza artificiale e la transizione ecologica.

Dall’altro lato, tuttavia, Ranucci era completamente all’oscuro del piano criminale di Lavitola. Stando infatti a quanto emerge nell’ordinanza, il giornalista era “evidentemente estraneo al progetto di Lavitola” riguardante l’attentato dinamitardo. Secondo il giudice Ranucci è vittima della “raffinata astuzia” di Lavitola. Il piano del ristoratore prevedeva di colpire l’amico a sua insaputa per “vittimizzarlo” davanti all’opinione pubblica, trasformandolo così in un paladino della libertà di stampa e aumentandone il consenso elettorale. Un attentato per “fargli del bene”. Era questo il “movente” di Lavitola pur negando di aver ordinato di piazzare la bomba sotto casa di Ranucci.

Ranucci ha reagito con “stupore e incredulità” quando ci fu la perquisizione in casa di Lavitola ad inizio luglio, arrivando a difendere l’amico al telefono per ore, convinto che la tesi degli inquirenti fosse folle poiché Lavitola era il suo “migliore amico”. Lavitola ha sostenuto provocatoriamente che, se avesse davvero voluto colpire Ranucci per odio o antipatia, avrebbe avuto modi molto più semplici e meno eclatanti, come “mettergli il veleno nel piatto” o del “Guttalax” durante una delle loro frequenti cene insieme nel ristorante, Cefalù, a Roma.

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