No ai domiciliari per il faccendiere
Ranucci, Lavitola e quelle chat cancellate prima e dopo l’attentato. Il focus della Procura e il sogno di Sigfrido: “Il 63% degli italiani mi vuole in politica”
Sigfrido Ranucci dice, almeno per il momento, che non si candiderà alle prossime elezioni. La trattativa con la Rai è aperta e una sua discesa in politica avrebbe l’immediato effetto di congelarne la posizione, mettendolo fuori gara. Lui lo sa e, per il momento, evita fughe in avanti. Anche se, solo pochi giorni fa, confortato da un sondaggio Swg per La7 di Urbano Cairo, si era lasciato andare a sogni ad occhi aperti: «Il 63% degli italiani mi vorrebbe in politica». A una seconda lettura, sono gli stessi italiani che lo vorrebbero fuori dalla televisione.
Il giallo del suo rapporto con Valter Lavitola non scolora. Anzi, rafforza le sue tinte. Anche perché Ranucci non parla mai dell’amico fraterno. Non lo accusa e tantomeno pensa di denunciarlo. Continua a eludere le domande che restano aperte: che cosa si sono detti nelle chat cancellate? Perché si chiamavano attraverso l’app criptata Signal? Perché la sua amica Laura Cianfoni possedeva le carte riservate dell’ordinanza su Lavitola già nella notte del 4 luglio scorso, prima che ne fossero in possesso i legali dell’interessato o i giornalisti? Sono le prime domande di una lunga griglia che gli inquirenti stanno predisponendo in vista di un nuovo interrogatorio in Procura dell’ex conduttore di Report.
Noi ci permettiamo di suggerirne qualcun’altra. Come pagava Ranucci le oltre cento cene consumate in compagnia al Cefalù di via dei Quattro Venti? Con la carta di credito aziendale Rai? Oppure quelle tavolate gli venivano offerte da Lavitola? E, in questo caso, a quale titolo? Il carbon credit, i cantieri navali, gli avvicendamenti nel sindacato, il caso Becciu: sono temi che sarebbero stati discussi intorno a quel tavolo e poi trasformati in servizi di Report? Oppure è soltanto una coincidenza? E per quale motivo il faccendiere poteva entrare e uscire dagli studi Rai di via Teulada, se non aveva alcun ruolo nella redazione e non risultano sue pressioni per intervenire su questo o quel servizio? Sono domande che, alla luce degli elementi acquisiti dall’inchiesta, meritano risposte.
Intanto, l’indagine della Procura di Roma entra in una fase delicata. I periti incaricati di esaminare i dispositivi informatici di Valter Lavitola e degli altri quattro indagati, accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato a Ranucci, hanno quasi terminato la loro consulenza. Il materiale estratto dagli smartphone e dai computer sequestrati sarebbe molto copioso, in particolare quello recuperato da uno dei telefoni di Lavitola. Gli investigatori stanno cercando anche di ricostruire eventuali comunicazioni cancellate. Tra gli accertamenti disposti dalla Procura c’è il recupero, laddove tecnicamente possibile e sulla base degli accordi con il gestore del servizio estero, delle conversazioni tra Lavitola, Tavares, irreperibile in Africa, e quest’ultimo con i quattro presunti esecutori materiali dell’attentato contro Ranucci. Il punto più delicato riguarda proprio le comunicazioni tra Lavitola e Ranucci. Nell’analisi dei telefoni cellulari e del computer sequestrati all’imprenditore sarebbero emersi presunti buchi temporali nelle conversazioni. In sostanza, cancellazioni di chat che gli investigatori stanno verificando sia nella fase precedente all’attentato sia in quella successiva. È un elemento che non consente, da solo, di stabilire il contenuto delle conversazioni mancanti. Ma proprio per questo diventa centrale capire che cosa sia stato cancellato, quando e da chi. L’inchiesta, affidata ai Nuclei investigativi dei carabinieri di Roma e Frascati, cerca di ricostruire una sequenza che ha ancora troppi vuoti.
Lavitola, intanto, resta in carcere. È accusato, e si è dichiarato reo confesso, di essere il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia. Il Tribunale del Riesame di Roma ha respinto le istanze della difesa e confermato la custodia cautelare, così come l’aggravante del metodo mafioso. «Il Tribunale del Riesame ha confermato l’ordinanza cautelare. Chiaramente noi rispettiamo in pieno quelle che sono le decisioni della magistratura, anche se non le condividiamo assolutamente sia in fatto che in diritto», ha dichiarato l’avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola. «Ora attenderemo che siano depositate le motivazioni, che arriveranno entro 45 giorni, ma già oggi presenteremo ricorso in Cassazione, quindi per saltum, contro l’ordinanza del gip che ha rigettato la nostra richiesta sulla perdita di efficacia della custodia cautelare, che riteniamo ampiamente fondata».
La partita giudiziaria, dunque, è tutt’altro che chiusa. E quella investigativa potrebbe presto aprire nuovi capitoli. Resta il nodo del rapporto tra Ranucci e Lavitola. Un rapporto che Ranucci continua a non chiarire, mentre intorno a quella relazione si accumulano domande, chat cancellate, telefonate su Signal, frequentazioni, cene e accessi agli studi Rai. Troppe coincidenze per essere liquidate con qualche formula di circostanza. E dunque Ranucci risponda: che cosa c’era davvero dietro quel rapporto?
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