Nelle dichiarazioni relative al 2022, nel CAP 20121, fra il Duomo e Brera, il reddito medio dichiarato sfiora i 94.400 euro. A Quarto Oggiaro, CAP 20157, si ferma a 18.500. Cinque volte di meno, a pochi chilometri di distanza. Nel 2023 il reddito medio in città toccava i 40.521 euro, contro i 28.380 del resto dell’area metropolitana. Milano è anche l’unica area metropolitana italiana in cui, fra il 2019 e il 2023, lo scarto tra il capoluogo e l’hinterland si è allargato invece di ridursi: +13,9% i redditi in città, +11,7% fuori. La crescita c’è stata, ma ha scelto dove fermarsi.

Il vero spartiacque, però, è la casa. Fra il 2019 e il 2025, secondo l’elaborazione della Cna sui dati dell’Osservatorio del mercato immobiliare, il canone di un appartamento di 70 metri quadrati è salito del 49%. Nello stesso periodo le retribuzioni nette nei capoluoghi sono cresciute fra il 7 e il 15%. Oggi quell’appartamento supera i 1.800 euro al mese e si prende il 73% di una retribuzione netta media; per 60 metri quadrati, Cassa depositi e prestiti arriva al 76%. Non è più il problema di chi cerca casa. È il prezzo d’ingresso nella cittadinanza. L’amministrazione non è rimasta a guardare. Il piano straordinario per la casa accessibile promette 10.000 alloggi a canone ribassato in dieci anni, e perfino Majorino, il più insistente nel chiedere discontinuità, lo considera la strada giusta. Il problema è il calendario: dieci anni sono due mandati, e nel frattempo un’intera coorte di trentenni avrà già deciso se restare o andarsene. Le politiche abitative si misurano in decenni, la pazienza degli elettori in cicli elettorali.

Qui si consuma lo scivolamento del ceto medio. Nel 2016 quasi due terzi delle persone accolte dai centri d’ascolto della Caritas ambrosiana erano disoccupate, e i lavoratori poveri si fermavano al 14,5%. Nel 2024 il 24,6% di chi chiedeva aiuto aveva un impiego. Il povero milanese, sempre più spesso, timbra il cartellino. Su scala nazionale l’Inps registra retribuzioni cresciute del 14,5% dal 2019, contro prezzi saliti fra il 18 e il 20,5%: a Milano, dove la casa pesa il doppio, quella forbice diventa una voragine. Ma attenzione! La geografia del fenomeno è meno ovvia di quanto si creda, e la vecchia mappa centro-periferia non basta a leggerla. Dopo le europee del 2024 lo stesso Sala mostrò che il Pd otteneva il risultato peggiore proprio nel Municipio 1, mentre Alleanza Verdi Sinistra andava meglio nel Municipio 2, non nelle periferie estreme. E le liste a sostegno del sindaco, che in centro sfioravano il 60%, replicavano lo stesso risultato in municipi popolosi e periferici come il 5 e il 9. È lo schema di New York, dove Mamdani ha sfondato fra giovani in affitto e di ceto medio, concentrati soprattutto nei quartieri centrali. Il fatto è che il soggetto della radicalizzazione non è un quartiere: è una condizione. Si diventa radicali perché si paga un affitto insostenibile, perché si hanno meno di quarant’anni e si vorrebbe metter su famiglia, perché lo stipendio non basta più a restare nella città delle opportunità. Non più solo perché si vive nel quartiere sbagliato.

I segnali elettorali, del resto, ci sono già. Il Monitor Ixè di settembre è stato letto quasi ovunque per le intenzioni di voto, ma in realtà registra un dato più importante, che nessun candidato può permettersi di ignorare: il 95% dei milanesi vuole cambiare il modo in cui la città è amministrata, e il 54% chiede che il cambiamento sia radicale. Due su tre, intanto, giudicano peggiorata la qualità della vita. Non è il profilo di un elettorato che cerca continuità temperata. Resta la variabile che può capovolgere ogni previsione: l’affluenza. Alle europee ha votato il 50,78% degli elettori milanesi, uno su due. Ma a marzo, al referendum sulla giustizia, a Milano ha votato oltre il 65%: quando la posta in gioco divide, chi si astiene torna alle urne. È anche in quella metà della città, fino ad ora rimasta silenziosa, che il dogma moderato rischia di infrangersi. I sondaggi misurano chi vota. Le elezioni, a volte, le decide chi aveva smesso di farlo.