Una pallottola spuntata. La riunione dei “volenterosi” di inizio settimana a Londra sembra l’ironica riedizione del vecchio classico della commedia americana. Soprattutto per il governo Starmer, cui un destino baro sembra aver giocato l’ennesimo scherzo con un tempismo che sa quasi di accanimento. È infatti fresca-fresca la notizia delle ennesime dimissioni tra le fila dei fedeli al premier. Questa volta è il turno di John Healey, ministro delle forze armate di Sua Maestà che ha rassegnato le dimissioni per la “miseria” dei fondi destinati al comparto militare. Non una figura di secondo rango questo ministro e peraltro neppure uno di quelli che negli ultimi tempi si sono uniti alle varie mozioni di sfiducia verso l’inquilino di Downing Street.

Una tegola di quelle che fanno male e rischiano di compromettere il ruolo internazionale della Gran Bretagna. Va ricordato, infatti, che il Regno Unito è alla guida della missione militare multinazionale nello Stretto di Hormuz e della missione Nato di sorveglianza dell’Artico. È stato peraltro Starmer, con un inconsueto impeto di coraggio a convocare la coalizione dei volenterosi, insieme a Francia e Germania, cui l’Italia si è unita in diverse occasioni, e, proprio con l’accordo di Parigi si è impegnato a schierare truppe in Ucraina dopo un cessate il fuoco. Una serie di impegni che richiederebbero uno sforzo finanziario non da poco. Il premier ha offerto al suo ministro della Difesa un aumento di spesa dello 0,08% del Pil. Proposta insufficiente rispedita al mittente insieme a una secca lettera di dimissioni. Va da sé che non si tratta solo di una questione contabile ma di una resa dei conti tutta politica nel Governo tradotta in numeri: il Piano di Investimento per la Difesa è stato comunicato al ministero, solo lunedì pomeriggio, dopo mesi di contrasti feroci tra premier, ministero della Difesa e Tesoro. La richiesta dei vertici militari è di 28 miliardi di sterline soltanto per le operazioni in atto. Cui si aggiungerebbe un ulteriore budget, ancora da calcolare, per la realizzazione delle nuove armi previste dalla revisione strategica. Starmer, in risposta, aveva messo sul piatto 18 miliardi.

Da Rachel Reeves, cancelliera dello Scacchiere, ne sono arrivati altri 13,5. Ma qui casca l’asino. Secondo i generali di Sua Maestà si tratterebbe di un gioco delle tre carte, una specie di presa in giro, perché tolti i giochi contabili del Tesoro, di miliardi ne resterebbero, in realtà solo 10. La richiesta inderogabile di Healey prevedeva un investimento del 3% del Pil entro il 2030, come fase intermedia in previsione del 3,5% richiesto dal nuovo impegno Nato al 2035. E di nuovo è arrivato lo stop del Tesoro che ha proposto il 2,68% nel 2030 e il 3% non prima del 2034-35. Il ministro della Difesa è andato su tutte le furie accusando il suo stesso Governo di violare un impegno preso col Parlamento in aprile e di esporre il Paese al ridicolo in una fase delicata di rapporto con gli alleati americani e con altri paesi europei. Mentre, ad esempio, la Polonia, ha programmato investimenti parti al 4,5%, Londra, che, è capofila dei volenterosi, è impegnata in un braccio di ferro tra ministri che lesinano sui decimali. Uno stato confusionale in cui, ormai defezioni e rimpasti non si contano più e chi ci capisce qualcosa meriterebbe un Pulitzer. E così sul tavolo resta tanta volontà ma tra le fila rimangono più che altro generali senza truppe.