Gli ultimi dettagli emersi sul caso dell’Autogrill adombrano sospetti di indicibile gravità sull’operato dell’intelligence e sull’uso distorto dell’informazione, travolgendo qualsiasi barlume di trasparenza del Servizio Pubblico radiotelevisivo. Se arriveranno i riscontri richiesti ci troveremmo davanti a un autentico Ranucci-gate. Di fronte al più grave scandalo della Repubblica dalla P2 a oggi.

Come Il Riformista aveva scritto sin da quei confusi giorni del 2021, dietro alla macchinazione tra pezzi di Servizi segreti e Report c’è stata una regìa precisa. Altri, oggi, accennano. Noi siamo arrivati al punto cinque anni fa. Quando dicemmo che la professoressa Valentina C., viterbese adottiva di origini partenopee, era in tutta probabilità la civile convivente di una figura nota ai servizi. Non un agente, non un funzionario: una figura diversa – esterna, ma intranea – piuttosto ben inserita nel contesto quotidiano della sede romana dei servizi segreti.

Una coincidenza che indica chiaramente un nesso, un legame, una correlazione tra le due scorte, quella di Marco Mancini e quella di Matteo Renzi, che in modo niente affatto casuale vengono fatte convergere nel punto in cui si trovava, ben orientata, una videocamera con tanto di ripresa audio ben efficiente, a molti metri di distanza. Era il 23 dicembre 2020. Da lì a poco Report “riceverà la cassetta”, come ama ripetere Ranucci. Per eseguire, come sospettano in molti, un copione ben scritto.

È il deputato di Fratelli d’Italia Federico Mollicone, presidente della Commissione Editoria della Camera dei Deputati, a chiedere ora di fare chiarezza. «Per anni Report e il conduttore Sigfrido Ranucci avrebbero propinato agli italiani la narrazione dello “scatto fortuito” e della segnalazione spontanea di una professoressa di passaggio per giustificare la trasmissione delle immagini dell’incontro tra Matteo Renzi e Marco Mancini. Oggi, alla luce delle ricostruzioni emerse e degli atti, quel racconto apparirebbe segnato da crepe e incongruenze che non possiamo far finta di non vedere». Sulla reale genesi del filmato, prosegue Mollicone, «Ranucci chiarisca una volta per tutte se si sia trattato davvero del casuale avvistamento di una cittadina o se Report possa essere stata invece il terminale di materiale veicolato da ambiti ben differenti già molti mesi prima della messa in onda».

E c’è anche un’altra ombra. Una questione temporale. L’incontro tra Renzi e Mancini avvenne il 23 dicembre 2020. Il filmato sarebbe stato già nella disponibilità di ambienti istituzionali nei mesi successivi, mentre Report mandò in onda le immagini soltanto nel maggio 2021. È una sequenza che, se confermata, pone interrogativi sull’uso politico che potrebbe essere stato fatto del materiale. «Riguardo poi alla tempistica dell’inchiesta, occorrerebbe fare piena luce sul presunto ruolo dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Si dovrebbe fare luce sul perché quelle immagini stessero circolando a Palazzo Chigi già a gennaio 2021, mostrate all’allora premier grillino proprio mentre si consumava la fine del Conte II e Renzi lavorava ad altre soluzioni di governo, per poi essere trasmesse in TV da Ranucci soltanto a maggio», dice ancora Mollicone.

C’era qualcuno che doveva fare carriera nei servizi segreti a spese di Marco Mancini? E su indicazione di chi, di attori interni o esterni al Paese? Secondo la ricostruzione emersa, dopo la vicenda dell’Autogrill e la successiva trasmissione televisiva, sarebbero stata avviate una serie di verifiche interne sul caso. La relazione di Mancini sull’incontro sarebbe stata acquisita da Elisabetta Belloni e sottoposta a regime di segretezza. Tuona, di nuovo, Mollicone: «Conte chiarisca quale uso sarebbe stato fatto di quel filmato nei palazzi del potere e Ranucci spieghi chi avrebbe scandito i tempi di quell’uscita mediatica».

La domanda politica è inevitabile: può il Servizio pubblico diventare il terminale di informazioni provenienti da settori degli apparati dello Stato senza che sia chiarita l’origine di quel materiale e senza che siano resi trasparenti i rapporti tra chi lo produce, chi lo acquisisce e chi lo manda in onda? Perché a valle della puntata di Report, senza che vi fossero condotte irregolari da parte di Mancini, quel video fu il pretesto per prepensionarlo. Mandarlo in quiescienza dopo una carriera segnata da successi e operazioni di indubbio valore sul fronte del terrorismo interno, della criminalità mafiosa, del controspionaggio sempre più attento ai movimenti dei servizi russi in Italia.

I misteri intorno a Report e alla conduzione di Ranucci sono tanti. E c’è un ulteriore interrogativo che brucia. Per quale motivo Ranucci, il 18 aprile 2024, presentando il suo libro a San Martino di Castrozza, rivendicava: «Con quell’inchiesta noi abbiamo contribuito a prepensionare Marco Mancini dai servizi»? Abbiamo contribuito, insieme con chi? E perché un vicedirettore Rai dovrebbe preoccuparsi – sottolineando poi il suo impegno – di prepensionare un fedele servitore dello Stato? Tante domande sono ancora senza risposta: chi realizzò quelle immagini, chi le fece arrivare a chi, quando furono mostrate a Palazzo Chigi e perché passarono mesi prima della loro messa in onda? Domande che riguardano non soltanto una trasmissione televisiva, ma il rapporto tra informazione, politica e apparati dello Stato. E che, proprio per questo, meritano risposte urgenti.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.