Ucraina, difesa europea, immigrazione, giustizia: i nodi vengono al pettine. L’iper attivismo agostano di Giuseppe Conte ci ricorda che le elezioni si fanno vicine e ancor più vicina, stavolta quasi udibile, è quella voce dall’accento russo che sembra provenire dalla buchetta del suggeritore. I progressisti hanno un problema. Intanto, nel capire cosa significhi essere progressisti oggi. E poi nel definire qual è il loro perimetro programmatico, fin dove possono spingersi i desiderata di Conte e quelli di Schlein. I due, tentando di trovare un compromesso, finiscono per sbagliare entrambi.

Essersi astenuti – Pd, M5S e Avssulle vittime della malagiustizia è stato, senza mezzi termini, indecente. E il «no al riarmo europeo» dettato da Avs e dai 5S appare per gli acchiappafarfalle dem come un insopprimibile richiamo della foresta. Un tema serio per i riformisti ancora presenti in quel partito, che si trovano sempre più stretti in un contenitore che ha cambiato tutto, salvo il nome.

I centristi, di riflesso, hanno un problema e un’opportunità. Il primo sta nel mettere da parte la frammentazione ed unire il proprio campo. Stare all’opposizione della maggioranza e all’opposizione dell’opposizione richiede oggi rigore, identità, coerenza. Essere estremo centro, per dirla con uno slogan. Senza più divisioni. Da qui l’opportunità: attrarre con un pool factor nuovo tutti gli elettori scontenti di questo centrodestra e di questo centrosinistra. Lo sappiamo, siamo nel guado, nella transizione: «Il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere», osservava in altra epoca Antonio Gramsci. Ed è lì, oggi, nel frame che separa il vecchio dal nuovo, che la forza demiurgica della politica stenta a farsi strada. I leader riformisti e centristi si attardano in polemiche da botta e risposta. Matteo Renzi si limita a constatare che il confronto c’è sempre stato, a sinistra, tra due visioni. Cita Obama e Ocasio Cortez. «Chi vince determina il programma», dice quasi preparandosi a mandare giù il rospo-Conte. Neanche lo dice ed ecco che alle primarie dem del Michigan vince l’estremista, Abdul El-Sayed, un altro Mamdani. Portare acqua al mulino dei più radicali non sembra un grande progetto per i riformisti.  Proprio quando una indicazione strategica sarebbe urgente, si assiste a sole pose tattiche.

La coraggiosa Pina Picierno rinnova, nei suoi tweet, l’esortazione alla sveglia per il centrosinistra. I riformisti dem prendono tempo, tentati per un verso dallo strappo, per l’altro dal rientrare nelle liste per il prossimo Parlamento.  Tra Luigi Marattin e Carlo Calenda non c’è ancora l’intesa necessaria per affrontare le urne: «Ne parleremo a settembre, dopo la legge elettorale», dicono. Qualcuno sembra acconciarsi a fare un beau geste, a scostarsi quel tanto che basta dai due populismi per dirsene fieramente lontano, ripercorrendo quella vocazione liberale al suicidio che pure è fulgidamente iscritta nella vicenda storica italiana. Ne aveva scritto Benedetto Croce, ne La storia come pensiero e come azione, predicando la congruenza tra idee e scelte. Poi però, al momento di scegliere, anche il senatore-filosofo liberale finì per sottostare a chi aveva i numeri maggiori. Non finì bene.

Agli attori del mondo riformista, centrista ed europeista oggi chiediamo coraggio. Iniziativa. Azione. Smettano di pensarsi nei ruoli degli antagonisti, nel film della governabilità, e ne diventeranno i protagonisti. Tra populisti pericolosi e inaffidabili e gli europeisti riformisti il duello è ormai diretto e irrimandabile. Su salari e potere d’acquisto, difesa, sicurezza e energia serve un polo europeista forte e unito.  Questo centro può trarre forza dalla dialettica: si discuta – anche molto, all’interno – ma poi ne esca un accordo di ferro, una campagna elettorale unitaria, un programma condiviso, un leader capace di archiviare il vecchio e forgiare il nuovo. Milioni di italiani non aspettano altro.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.